La colonia #parte seconda …

Non penso sia vantaggioso per nessuno mantenere posizioni ambigue su argomenti importanti per lo sviluppo della città; quindi, come per l’arsenico nella piana di Scarlino, che ha attirato le ire di certi esponenti provinciali, credo si debba parlare il linguaggio della verità anche sulla colonia marina, in merito alla sua possibile vendita.  Ripeto, non sono favorevole alla “svendita” della Colonia, ma sono convinto però di alcuni dati. Primo: perché chi ha amministrato negli ultimi 10 anni  non ha mai attivato i finanziamenti europei e regionali per mantenerne la proprietà pubblica? Se questi soldi c’erano, avremmo dovuto impegnarci per reperirli velocemente,  ma evidentemente non si sono trovati. Secondo: mantenere la pubblicità senza finanziamenti , non rischia di creare un ulteriore aggravio di costi pubblici di manutenzione per evitare il crollo? Ma proviamo invece a scrivere tutta un’altra storia, che forse non è la stessa degli ultimi 30 anni. Proviamo a dire le cose che potrebbero servire ai cittadini  e ad immaginare la cessione al privato della colonia (con vendita o concessione di 50 anni) e a valutarne i benefici. Intanto si avrebbe un investitore qualificato in grado di dare lavoro a circa 100 persone. Visto lo stato di disoccupazione dei nostri giovani, non mi sembra una cosa così da buttare via. Poi, con il controvalore economico della vendita o concessione, (non della svendita!) si potrebbe reinvestirne il ricavato in un nuovo plesso del volontariato e delle associazioni, peraltro già previsto  nel nostro Regolamento Urbanistico in zona Parco Centrale. Poi, ancora, avremmo entrate di ulteriori oneri di urbanizzazione per la ristrutturazione . Poi ancora faremmo lavorare architetti e ditte edili nella costruzione di una struttura nuova, bella ed efficiente sul piano energetico,  facendo ripartire l’edilizia da anni ormai in ginocchio.

Insomma, se facessimo questo gioco ci guadagneremmo un po’ tutti.  Ma per farlo,  dovremmo avere il coraggio di aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà, senza temere di sganciarsi da quel vecchio, incrostato ancoraggio sul quale non possiamo più fare affidamento.

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Puntata nove : La Colonia

Un Consigliere Inatt…coloniamarina

Leggo sui giornali alcune dichiarazioni fatte da alcuni miei avversari alle primarie in merito alla vendita della Colonia. Ho ricevuto anche mail da amici un po’ grillini che mi accusano di essere uno speculatore. Dunque, cercherò di fare chiarezza. Io non vorrei vendere la Colonia. Come diceva però Bersani (Samuele non Piergigi) l’argomento è più: “vorrei ma non posso”.  Casini dice che loro (SEL)  hanno vincolato la loro permanenza nel PD alla condizione della proprietà pubblica della colonia comunale. Vorrei sottoporre agli amici di SEL una semplice questione economico-contabile: rimettere in pristino quella struttura, che sottolineo STA LETTERALMENTE CROLLANDO, costa al comune più di 5 milioni di Euro, più della metà del gettito IMU seconda casa di un anno, che rappresenta la voce più importante di bilancio del nostro Comune. Saranno almeno 10 anni che si cercano invano  finanziamenti regionali e europei : nel frattempo la Colonia continua a deteriorarsi. Se aspettiamo ancora un po’ ci sarà di sicuro un cedimento strutturale e le responsabilità di chi saranno? In primis nostre, che  abbiamo deciso di non decidere, attaccandoci al principio giusto , ma irrazionale della proprietà pubblica della struttura.  Darla invece ad un privato per farci, ad esempio, turismo assistito e sanitario per anziani, porterebbe i seguenti benefici: 1. gettito di diversi milioni di euro  per le casse comunali per reinvestirli,  ad esempio,  nel nuovo polo a servizi nel Parco Centrale (casa del volontariato e della associazioni, scuole) ,  2. occupazione qualificata e 3. allungamento della stagione turistica. Insomma, tre piccioni con una fava.  Più che proposta audace o addirittura “fuorviata” come dice Casini (Gianluca , non Pierferdi ) , a me pare, francamente,  più una cosa semplice e di buon senso. So che mi attrarrò molte critiche di molti amici, so che è stato fatto un percorso partecipativo. Ma a volte serve anche guardare in faccia alla realtà , rivedendo alcune certezze “incrollabili” …

Il nuovo principio della galleggiabilità sine die

Mentre studio diritto penale e altre giuridiche amenità,  il flusso dei miei pensieri rimbalza spesso sul tema futuro del governo e sulla costituzionalizzazione di un nuovo principio fondamentale: la stabilità. Poi mi chiedo se futuro del governo e futuro del paese coincidano da vero o siano , al contrario, i soliti artifici e raggiri per aggrapparsi al potere, quel potere così distante oggi dai cittadini, ma anche dai partiti di cui io faccio parte.  Mi spiego: il vero problema di questo sistema sono le caste al potere, non i partiti; la guerra grillina contro i partiti, origine immonda di tutti i mali, è un argomento falso. I partiti sono , anzi, un potenziale luogo di impegno e di indirizzo politico e culturale, dove tutti , e dico tutti, possono , attraverso l’iscrizione, fare la differenza.  Lo dice la Costituzione in due bellissimi principi: il combinato disposto degli articoli  2 e 3  dove si fa riferimento ai diritti di associarsi in formazioni sociali come “luoghi di promozione e pieno sviluppo della persona umana” e il 49,  che promuove i partiti come “via per concorrere in modo democratico alla determinazione della politica nazionale”.

Ma torniamo al problema: qui si deve capire se il governo è in grado di “governare” , ovvero imprimere l’indirizzo politico determinato e libero per far riaffiorare la nave senza cocchiero dalle acque dell’indeterminatezza, che è bella nella poesia, ma non nella politica.  Io credo semplicemente che un governo, frutto di un’intesa di scopo con la “controparte contrattuale di cosa nostra” e benedetto da Napolitano, non possa che essere fisiologicamente a  termine.

Quindi,  secondo step: legge elettorale, misure urgenti e voto in primavera, dopo il congresso, chiunque vinca. io, tra parentesi sono per Civati, perché le logiche renziane iperliberiste mi preoccupano, viste le condizioni in cui versa il welfare in questo paese sempre più anziano e sempre meno autosufficiente.  Il liberismo spinto vale in sostrati sociali giovani, non certo in un paese fermo e impoverito come l’Italia.  Tuttavia, questo non implica il sostegno all’attuale classe di potere, che sembra aver costituzionalizzato (come quella montiana in precedenza) il principio della stabilità “sine die” per fare riforme indeterminate e a tempo indeterminato per un paese astratto.  Questo non è quello che vogliono gli iscritti. Mi dispiace, il problema ancora una volta non è il partito, ma altri accordi estranei al perimetro decisionale degli ormai pochissimi iscritti.

Quindi pensiamoci bene. Le tessere si possono ancora fare fino al 20 settembre per partecipare al prossimo congresso. Quello davvero disciplinato dalla costituzione per concorrere a cambiare il paese.

L’utile del più forte …

Siamo arrivati alla fine di questa consiliatura. Da settembre si inizia un congresso importante per il mio partito e spero vivamente che vinca la mozione del cambiamento, perché di questa eterna stagnazione che porta solo critiche e malumori verso coloro che  provano a fare qualcosa di diverso, in fondo mi sono stancato; sì perché il fuoco grillino e l’eterna massa dei confusi, indecisi, ipercritici, dissidenti, antipolitici, anticapitalisti, antisistema, anti-partiti, non se la prende con i tiranni che conservano il potere (secondo la platonica lezione di Trasimaco e dell’utile del più forte), ma al contrario con coloro che dentro un partito come il PD, dominato da logiche di conservazione del potere, cercano di cambiarne la grammatica. Chi prova a cambiare dentro il PD è per costoro solo un connivente del sistema, una foglia di fico, un favoreggiatore e via andando con altre laute amenità. Insomma gli unici abilitati a fare una critica di sistema e ricercare soluzioni per migliorare le condizioni di vita di una comunità sono solo i contestatori della prima ora. Gli altri stiano fuori, si dimettano, in questo bel clima da purghe staliniste. Non vorrei sembrare un apologista del potere costituito, si badi bene, ma neanche un robespierre da tastiera, capace solo  di aizzare gli istinti più aggressivi di un sistema in coma al solo fine di guadagnare un po’ di centralità.  I sistemi organizzati e razionali (leggi partiti) , per quanto — a mio avviso  – ancora troppo poco democratici, rimangono l’unica alternativa pensabile per incanalare il dissenso in organizzazione, ottenendo così risultati. A me la tastiera piace, per carità, ma non la ritengo affatto un’alternativa alle formazioni sociali esponenziali di un indirizzo politico di costituzionale memoria. La liquidità –  paradigma della post-modenità –  non deve necessariamente incoraggiare il “liberi tutti”. Per organizzare una società, e farne il suo bene, si deve passare necessariamente dall’organizzazione. Non c’è altra strada. Purtroppo così va la democrazia.   A meno che si voglia fare come Trasimaco, che  – con l’aggressività del lupo – impaurisce Polimarco e Socrate, stabilendo l’unica legge giusta: quella emanata dal più forte.

L’importanza di chiamarsi avanti … per primi.

Tempo fa un amico giornalista mi ha chiesto il permesso di citarmi tra i possibili candidati alle prossime primarie per Sindaco di Follonica . Io ho risposto di sì, anche se , come in tutti i partiti plurali, mi dovrò necessariamente e giustamente confrontare con le assemblee e le segreterie del mio partito.  Ma quella risposta immediata nasceva da una riflessione un po’ acerba e da un riflesso condizionato della mia coscienza che mi suona dentro da anni più o meno così: sono chiamato a realizzare qualcosa di importante per la mia generazione e per la città dove sono nato. Insomma un riflesso condizionato che si trasforma a forza di ripetersi in una sorta di imperativo morale. Engagez vous, perdio, ora o mai più. E poi mi sono un po’ stancato di questa battaglia tutta strategica e sotterranea per cui dire di volersi candidare coincide con un delitto punibile con l’esclusione per eccesso di supponenza. Sembra quasi che tutti aspettino l’aria che tira per orientare le proprie vele. Io anticipo e non mi interessa se strategicamente questo sia  un bene o un male. Credo che il tribunale delle nostre scelte siano poi i cittadini che dovranno conoscere le motivazioni pubbliche del nostro chiamarsi avanti nella lotta che si dovrà combattere. Io le armi per la battaglia (che in democrazia si chiamano idee) le ho elencate tempo fa in un piccolo vademecum ( citato in questo blog) essenziale per sviluppare la città e cambiarne un po’ il volto. Oltre a quelle idee e ad una grande capacità di ascolto serve urgentemente l’impegno – non me ne voglia nessuno – di persone nuove e preparate. Motivate soprattutto dalla voglia di migliorare con lavoro quotidiano e conoscenze nuove  le condizioni di vita dei cittadini. Insomma io ci sono, per ora, e non provo nessuna vergogna a dirlo: e poi perché ci si dovrebbe  vergognare quando si vuole il bene degli altri e della città dove si è nati e sempre vissuti? E poi la politica non è da sempre la battaglia per trasformare l’esistente in un futuro migliore?

Il partito dei miei sogni …

 

Io sono tra coloro che non hanno accolto positivamente “la mescolanza” del nuovo governo. Neanche dopo lunghe sedute di auto-ipnosi mi sono convinto che l’unica possibilità fossero le larghe intese. Tutto questo per una ragione semplice: le possibilità sono tante, tantissime. Non è vero che non poteva esistere un governo del cambiamento, nonostante avessimo la peggiore legge elettorale del mondo. Si poteva eleggere Prodi al 5 scrutinio e immaginarsi una concatenazione di eventi che avrebbero disegnato una nuova narrazione politica. Una narrazione che mettesse al primo posto la giustizia sociale (in un paese così tremendamente iniquo) e la tutela ambientale – paesistica e della salute, con innovazione, crescita e riduzione dell’insopportabile peso fiscale; ma lo si poteva fare senza ipotizzare il legame di necessità tra crisi della politica e governissimo con Berlusconi. Per raccontare storie attraenti i personaggi devono cambiare, assieme agli obbiettivi che formano il contenuto della storia. Mi è sembrato strano che persino Renzi, l’uomo della nuova, nuovissima narrazione, rinconoscesse il governissimo come unica e ultima possibilità di salvezza di un sistema politico al collasso.Lo credevo sinceramente più largo di vedute. E badate, non dico che Letta sia un cattivo presidente del consiglio. Anzi. Dico solo che il modo con cui questa storia è nata non lo condivido affatto. Comunque ora il mio partito ( non cambierò mai casacca) deve misurarsi con il problema dell’identità. Ma non vorrei che si scambiasse il tema dell’identità con quello della politica vecchia dei blocchi ideologici del novecento: oggi serve un’identità certamente più leggera e aperta. Dobbiamo tuttavia ridare il senso al PD e per fare questo si deve riscrivere un manifesto ideale (e concreto) degli obbiettivi che dovrà avere un soggetto politico progressista nei prossimi 50 anni. Se non si farà questo si morirà o saremo comunque condannati a lasciare il passo al populismo dei leader improvvisati e carismatici. Per fare questo bisogna anche tentare la strada del cambiamento dei soggetti, dei giocatori della partita per la nuova identità, allontanando i teorici della mescolanza: l’Italia non è la Svizzera, nel bene e nel male. Ecco perché si deve ricominciare a sognare. Ed io sogno un partito vicino ai territori, che tuteli le autonomie e il patrimonio culturale, perché l’italia è il paese dei comuni, che ne rappresentano spina dorsale e ricchezza culturale. Poi vorrei un partito che parli di ambiente come nelle social-democrazie scandinave e che sappia far concidere le ragioni dello sviluppo economico con quelle dello sviluppo delle tecnologie di difesa e prevenzione della salute dei cittadini. Poi vorrei un partito che non abbia paura di rivedere il diritto del lavoro, ma non i diritti dei lavoratori. Un partito cioè che non consideri la tutela dei lavoratori come conclusa negli anni settanta, ma che sappia guardare ai nuovi bisogni economici e occupazionali di chi investe nel paese. Vorrei poi un partito che si batta per un’Europa coesa e democratica: non si può più tollerare che le decisioni fondamentali per le nostre vite siano prese dai ministri delle finanze e dalla troika della Banca centrale europea. Serve urgentemente una riforma delle istituzioni europee in senso davvero rappresentativo dei cittadini, così da creare una politica fiscale, del lavoro, commerciale ed estera comune. Infine sogno un partito che si batta per una riforma del sistema scolastico e universitario, tenendo conto davvero degli sbocchi produttivi e professionali dei prossimi decenni. Un partito ideale dovrebbe inoltre battersi per l’istituzione del reddito minimo garantito , per assicurare la tenuta sociale e ridurre le enormi disuguaglianze (culturali ed economiche) di questo paese. Ma anche per i diritti degli omosessuali e delle coppie non fondate sul matrimonio. Infine vorrei un partito aperto, che non escluda ma includa. Che sappia accogliere le opinioni critiche all’interno come occasione di crescita e non come un impedimento. Un partito con sale piene di ragazzi e ragazze liberi che dibattono e crescono insieme, anche se le loro idee non coincidono per forza con quelle dei loro leader adulti. Vorrei anche un partito dove i rappresentanti e i rappresentati si incontrino spesso per contaminarsi.
Ma per fare questo bisogna cambiare i leader, ammazzare i padri insomma. Perché tutto questo sognare presuppone la capacità di creare un’identità che gli stanchi teorici della “mescolanza” a tutti i costi, come “unica possibilità” di (auto) sopravvivenza non riuscirebbero mai a capire.

Il perché delle porte aperte

Alla conferenza dei capigruppo di ieri, il gruppo consiliare Pd di concerto con Il PD di Follonica, ha deciso di tenere le porte aperte in merito all’ordine del giorno presentato dal centrodestra per il prossimo Consiglio Comunale. Infatti, quando si discute di procedimenti penali contro l’amministrazione, è nostro dovere imprescindibile rendere conto dei fatti alla città e ai cittadini , nella massima trasparenza, tenendo naturalmente in debito conto l’onorabilità e la presunzione di innocenza delle persone coinvolte. Se ci saranno frasi o valutazioni lesive e irrispettose, sarà allora premura del Presidente del Consiglio di interrompere il Consiglio e chiudere le porte. Ma queste questioni squisitamente regolamentari, non ci devono assolutamente distogliere dal principio di accountability. Non ci deve essere insomma nessuna paura a dire ai nostri cittadini se ci sono procedimenti in corso o indagini; tutto deve essere rendicontato, perché chi amministra deve essere al di sopra di ogni sospetto, per dare veramente attuazione ai principi costituzionali di imparzialità e buon andamento.
Come in una casa di vetro. Così facciamo a Follonica.

quasi come wittgenstein …

Riprendendo la famosa massima del filosofo austriaco, che diceva che “su tutto ciò di cui non si può parlare si deve stare zitti”, sui recenti fatti di cronaca che hanno attraversato il mio comune, penso che qualcosa vada invece detto; per informazione e trasparenza e per senso di responsabilità verso coloro che mi hanno votato tre anni fa e verso i lettori di questo modesto blog, qualcosa si deve appunto dire.
Sulla mozione del gruppo PD: come precisato sulla stampa locale, non c’era alcuna intenzione di sfiduciare il sindaco Baldi; la mozione non voleva essere un j’accuse ad personam, ma – al contrario – una richiesta di revisione generale della spesa pubblica corrente, comprese quelle alte indennità – oggi superflue – riservate ai ruoli apicali della amministrazione comunale; soprattutto in una fase in cui tutti – e in particolare le categorie più deboli – sono chiamati a rivedere in basso il proprio stile di vita – dove l’impresa turistica locale vede pesanti contrazioni del fatturato, dove la piccola impresa locale non riceve più una lira dalle banche, dove i giovani maremmani non sanno più dove sbattere la testa per trovare un lavoro, anche dequalificato, chiedere alla giunta e al sindaco con una mozione di regolare i rubinetti della spesa corrente e di riparare qualche tubo, mi pare assolutamente sacrosanto.
Non mi è piaciuto invece il riferimento – apparso sulla stampa locale – (corriere di maremma) ad un gruppo consiliare telecomandato e privo di personalità di spicco. L’affermazione la trovo offensiva prima di tutto nei miei confronti, che in questi tre anni ho cercato con fatica di trovare sintesi e – a volte anche la sintesi della sintesi – pur di disegnare un indirizzo quanto più unitario ad un gruppo di 12 persone più sindaco. Dopotutto questo è il lavoro di un gruppo politico; i leader megalomani e accentratori non servono a nessuno, soprattutto in un contesto dove le regole del gioco impongono il gioco di squadra. E poi chi telecomanderebbe chi? In vita mia mi hanno insegnato che l’obbedienza cieca non è una virtù, ma – anzi – un vizio pericoloso. Perciò continuerò ad analizzare criticamente e liberamente i fatti, rispedendo al mittente questo genere di accuse.
In questi tre anni ho avuto modo di affermare il mio pensiero rispetto ad alcune scelte che non sempre ho condiviso, ma non per questo ho mai messo in discussione un rapporto di fiducia con il Sindaco;
Infine sugli avvisi di garanzia, sui teoremi o meno della procura, preferisco tacere; in nome della separazione dei poteri e delle competenze, ma soprattutto in nome di quel principio di presunzione di innocenza che è fondamento irrinunciabile degli ordinamenti democratici e civili.

Si ritorna a scrivere …

 

Dopo un po’ di tempo, rieccoci qua, a raccontare un po’ di cose successe negli ultimi mesi di latitanza dal blog inattuale. Il livello nazionale, il cambio di governo, ha coinciso con la fine di un incubo; seppure il tecnocrate non sia il migliore dei mondi possibili,  sembra davvero di vivere in un altro pianeta.

Oggi il parlamento si è risvegliato dal letargo e – conformemente alla sua nomea – ha deliberato contro l’autorizzazione a procedere chiesta nei confronti di un pericoloso camorrista. Fumus persecutionis? O fumus impunitatis? Anche se a scuola non ero una cima in latino, credo questo sia un altro brutto segnale di fine impero. L’atra brutta notizia, a questa collegata, è la decisione inconsulta della Consulta di respingere il #referendumelettorale. Così si lascia la decisione ai partiti in parlamento: ricordo gli stessi partiti, con la stessa classe dirigente, che hanno scelto Cosentino, Papa, Scilipoti, Razzi, le veline, il Trota, Gasparri e chi più ne ha più ne metta; dati presupposti è difficile essere fiduciosi, ma siamo comunque  chiamati ad esserlo. Lo dobbiamo a tutti quei giovani precari che non possono permettersi un mutuo, che hanno smesso di cercare lavoro o che hanno definitivamente lasciato il paese. Basta fare un giro a Follonica per vedere un deserto popolato unicamente da ultra-settantenni e immigrati in cerca di speranza.

A proposito di Follonica. Si dovrà a breve votare il nuovo regolamento dell’IMU (la vecchia ICI) . In gruppo consiliare abbiamo deciso la linea della razionalizzazione della spesa o spending review come dicono i fighetti  (ci sono ancora tante spese inutili da contrarre o eliminare) rispetto a quella dell’aumento ulteriore della pressione fiscale. Credo inoltre giusto discutere su ulteriori abbattimenti dell’aliquota per chi paga un mutuo sulla prima casa o per quelle famiglie con fasce di reddito inferiori alla soglia di povertà … Sarebbe un segnale importante da dare ai cittadini ….

 

 

 

 

 

Perché non siam popolo, perché siam divisi?


Unità, unione, fare squadra, fare rete, sono le espressioni che più frequentemente – complice forse quest’afa incredibile – rimbalzano nei miei pensieri. Poi mi interrogo sui presupposti di questa necessità di una visione comune, e più penso – come diceva il poeta – più mi ritrovo un certo vuoto immenso; il “common ground” è oggi diventata una “terra desolata” e l’orizzonte è sempre meno definito; quello che oggi conta di più è l’obbiettivo di breve-medio termine, legato non già ad un progetto di vita, politico, metafisico, quanto piuttosto ad una mera realizzazione personale. In questo opaco sfondo si consuma quindi la tragedia di una generazione troppo lontana dai fini del bene della comunità, troppo impegnata a condurre un’esistenza anonima, senza cioè un nome comune da dare alle cose, se non il proprio. Non so davvero dire se i movimenti politici del ’68 siano stati migliori di questo silenzio di massa. Non voglio giudicare, non ne sono in grado. Se tutto prima era politica e si oggettivava tutto nella categoria del politico, oggi tutto è silenzio: un silenzio non certo introspettivo, riflessivo, ma insignificante. Come nell’ultima scena di un film di Moretti, dove un tappeto sonoro di Brian Eno accompagna le immagini di tre figure rallentante che si perdono in silenzio nel campo lungo di una spiaggia deserta, così la mia generazione si sta perdendo. Al di là di tutto dobbiamo ritrovarci, la parola d’ordine è “ritrovarci”: non possiamo permetterci di perderci nel deserto del “chissenefrega”. I tempi sono bui e si deve fare qualcosa.