Episodio 11: Arsenico e vecchi merletti

Molti mi chiedono come candidato di pronunciarmi sul recente studio di Ambiente SC commissionato dal Comune di Scarlino, relativo ai lavori di bonifica della falda superficiale intorno alla piana di Scarlino. Ho  letto questo studio con molta attenzione e credo che, diversamente dalla posizione espressa dalla Provincia, dobbiamo essere un po’ preoccupati. L’estensione dell’inquinamento nella falda di arsenico e manganese nella zona est di Follonica (Cassarello e zona industriale) dimostrato dallo studio in parola, ci deve tenere drizzate le antenne , perché – senza dire niente contro le attività produttive di Scarlino – si deve  pretendere che le bonifiche vengano fatte a regola d’arte e che il Comune di Follonica venga coinvolto in tutte le Conferenze di Servizi dove si prendono decisioni sull’argomento. Personalmente ho scritto, insieme ad Anna Gaggioli e Francesco Aquino (Presidente e membro della Commissione Ambiente Comunale) una mozione da discutere al prossimo consiglio del 14 febbraio che impegna la Provincia e Arpat a monitorare – in continuo –  le acque reflue derivanti  dalla depurazione dell’acqua contaminata previsti dai quindicinali lavori di bonifica. Chiediamo anche che venga incaricato un geologo esperto che rappresenti tecnicamente il Comune di Follonica nelle Conferenze dei Servizi relative alla corretta esecuzione di questi lavori di bonifica. Insomma, non è vero che che parlo solo di buche e di lavoro, cose peraltro molto importanti, ma anche di tutela della salute dei nostri cittadini .  Cosa ancora più importante.

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puntata 10: mercato del venerdì e l’assessore di quartiere

Oggi, venerdì sette,  sono stato con la mia amica Romina  in giro per il mercato settimanale. Ho incontrato molte persone; ascoltarle per me è un privilegio. Metto qui insieme, in ordine sparso,  i problemi più sentiti dai cittadini che ho ascoltato stamani: salute pubblica, decoro urbano, lavoro per i giovani, case popolari e relative disparità di trattamento nell’assegnazione. C’era la signora con il marito non completamente autosufficiente che aveva bisogno del sollevatore nel bus per portarlo in centro , c’era chi aveva avuto problemi di salute gravi ed era preoccupato per la qualità dell’aria e dell’acqua , c’era l’ambulante che parlava della crisi e della difficoltà a trovare un  dialogo con i vigili urbani di Follonica. In sintesi ciò che prevale è il pessimismo, di un paese in ginocchio che cerca la strada per rialzarsi. Mentre li ascoltavo pensavo a quale debba essere il nostro ruolo, quello della politica, davanti a questo mutato quadro sociale. Alcune soluzioni sono semplici, altre un po’ più complicate. Due sono le strade parallele: entusiasmo e pragmatismo. L’entusiasmo e pragmatismo ci aiutano a restituire ai cittadini una visione positiva del futuro, serve a dire:  “sì, ok,   alcune cose vanno male,  ma là fuori c’è un mare di cose belle e semplici che possiamo fare insieme per migliorare la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti” . Il messaggio deve essere insomma: non abbattiamoci, perché ce la possiamo fare alla grande!  Per la signora, come per l’ambulante, il pragmatismo suggerisce di pensare ad un assessore di quartiere: io lo penso giovane, con un taccuino (o un notebook) in mano che gira la città 8 ore al giorno e prende nota dei problemi. Poi va in comune negli uffici e assegna ai funzionari il tempo per risolverli e le priorità. Fatto questo ritorna dai cittadini e dice che il problema è risolto oppure spiega i motivi del ritardo.  Ecco, se divento sindaco, prometto che oltre ai vigili urbani, ci sarà anche un rappresentante dei cittadini a girare tutti i giorni per ascoltarli e per cercare insieme a loro la soluzione.  Se vinco, insomma, ci sarà la delega di giunta “alle piccole cose” . Lo prometto.

Puntata nove : La Colonia

Un Consigliere Inatt…coloniamarina

Leggo sui giornali alcune dichiarazioni fatte da alcuni miei avversari alle primarie in merito alla vendita della Colonia. Ho ricevuto anche mail da amici un po’ grillini che mi accusano di essere uno speculatore. Dunque, cercherò di fare chiarezza. Io non vorrei vendere la Colonia. Come diceva però Bersani (Samuele non Piergigi) l’argomento è più: “vorrei ma non posso”.  Casini dice che loro (SEL)  hanno vincolato la loro permanenza nel PD alla condizione della proprietà pubblica della colonia comunale. Vorrei sottoporre agli amici di SEL una semplice questione economico-contabile: rimettere in pristino quella struttura, che sottolineo STA LETTERALMENTE CROLLANDO, costa al comune più di 5 milioni di Euro, più della metà del gettito IMU seconda casa di un anno, che rappresenta la voce più importante di bilancio del nostro Comune. Saranno almeno 10 anni che si cercano invano  finanziamenti regionali e europei : nel frattempo la Colonia continua a deteriorarsi. Se aspettiamo ancora un po’ ci sarà di sicuro un cedimento strutturale e le responsabilità di chi saranno? In primis nostre, che  abbiamo deciso di non decidere, attaccandoci al principio giusto , ma irrazionale della proprietà pubblica della struttura.  Darla invece ad un privato per farci, ad esempio, turismo assistito e sanitario per anziani, porterebbe i seguenti benefici: 1. gettito di diversi milioni di euro  per le casse comunali per reinvestirli,  ad esempio,  nel nuovo polo a servizi nel Parco Centrale (casa del volontariato e della associazioni, scuole) ,  2. occupazione qualificata e 3. allungamento della stagione turistica. Insomma, tre piccioni con una fava.  Più che proposta audace o addirittura “fuorviata” come dice Casini (Gianluca , non Pierferdi ) , a me pare, francamente,  più una cosa semplice e di buon senso. So che mi attrarrò molte critiche di molti amici, so che è stato fatto un percorso partecipativo. Ma a volte serve anche guardare in faccia alla realtà , rivedendo alcune certezze “incrollabili” …

5 anni dopo: perché ancora #primarie …

Sui giornali locali si parla di primarie e di una mia certa candidatura.   Non nascondo il mio piacere di mettermi a disposizione per un progetto politico di cambiamento della città . In modo sommesso, semplice e concreto per portare nel dibattito “pre elettorale” la mia esperienza in consiglio in questi cinque anni. Il mio impegno da sempre  è quello di coinvolgere nell’immobile vita politica locale un po’ di delusi, abbattuti, rassegnati. Un po’ di giovani e di piccoli imprenditori che nel tempo si sono inesorabilmente allontanati.  E su questo voglio continuare a lavorare. Questo blog è stato , in un certo senso , un tentativo di fare questo lavoro: portare alla politica quelli che la politica non la amano più.  Non so quali saranno “i giochi politici” nel mio partito sui candidati, ma io rimango fermo,

perché forte della convinzione che non possiamo lasciare tutto come era prima; perché bisogna rendere più semplice il contatto tra utente e p.a, perché vanno tolte norme che concretamente impediscono lo sviluppo di certe attività a Follonica (vedi oneri troppo alti per convertire un capannone in attività commerciale o soglie minime troppo altre per dividere unità immobiliari, perché vanno incentivate le riqualificazioni con premi di volume) .

Perché bisogna dare spazio ai consorzi di promozione turistica e spostare molte delle decisioni sul livello intermedio della società locale.  Perché bisogna insegnare ai giovani a mettersi in proprio per rendere più qualificata l’offerta di beni e servizi a follonica, soprattutto nel turismo e nelle nuove tecnologie.

Perché bisogna progettare un quartiere nuovo dentro l’Ilva , recuperando il patrimonio esistente.

Un quartiere verde e eco-sostenibile con appartamenti a prezzi bassi di nuovo abitato da giovani follonichesi. Perché bisogna ridare entusiasmo a tutti i volti che ho incontrato in questi anni.

Perché bisogna creare una classe politica nuova, pulita e motivata. Piena di passione.  Ecco questa è la parola magica da cui si deve ripartire.

Alla fine a me interessa davvero questo . E per questo continuerò a cercare questa strada.

E’ difficile, ma si deve farlo per noi e per chi verrà.

Ora più che mai.

L’importanza di chiamarsi avanti … per primi.

Tempo fa un amico giornalista mi ha chiesto il permesso di citarmi tra i possibili candidati alle prossime primarie per Sindaco di Follonica . Io ho risposto di sì, anche se , come in tutti i partiti plurali, mi dovrò necessariamente e giustamente confrontare con le assemblee e le segreterie del mio partito.  Ma quella risposta immediata nasceva da una riflessione un po’ acerba e da un riflesso condizionato della mia coscienza che mi suona dentro da anni più o meno così: sono chiamato a realizzare qualcosa di importante per la mia generazione e per la città dove sono nato. Insomma un riflesso condizionato che si trasforma a forza di ripetersi in una sorta di imperativo morale. Engagez vous, perdio, ora o mai più. E poi mi sono un po’ stancato di questa battaglia tutta strategica e sotterranea per cui dire di volersi candidare coincide con un delitto punibile con l’esclusione per eccesso di supponenza. Sembra quasi che tutti aspettino l’aria che tira per orientare le proprie vele. Io anticipo e non mi interessa se strategicamente questo sia  un bene o un male. Credo che il tribunale delle nostre scelte siano poi i cittadini che dovranno conoscere le motivazioni pubbliche del nostro chiamarsi avanti nella lotta che si dovrà combattere. Io le armi per la battaglia (che in democrazia si chiamano idee) le ho elencate tempo fa in un piccolo vademecum ( citato in questo blog) essenziale per sviluppare la città e cambiarne un po’ il volto. Oltre a quelle idee e ad una grande capacità di ascolto serve urgentemente l’impegno – non me ne voglia nessuno – di persone nuove e preparate. Motivate soprattutto dalla voglia di migliorare con lavoro quotidiano e conoscenze nuove  le condizioni di vita dei cittadini. Insomma io ci sono, per ora, e non provo nessuna vergogna a dirlo: e poi perché ci si dovrebbe  vergognare quando si vuole il bene degli altri e della città dove si è nati e sempre vissuti? E poi la politica non è da sempre la battaglia per trasformare l’esistente in un futuro migliore?

Il partito dei miei sogni …

 

Io sono tra coloro che non hanno accolto positivamente “la mescolanza” del nuovo governo. Neanche dopo lunghe sedute di auto-ipnosi mi sono convinto che l’unica possibilità fossero le larghe intese. Tutto questo per una ragione semplice: le possibilità sono tante, tantissime. Non è vero che non poteva esistere un governo del cambiamento, nonostante avessimo la peggiore legge elettorale del mondo. Si poteva eleggere Prodi al 5 scrutinio e immaginarsi una concatenazione di eventi che avrebbero disegnato una nuova narrazione politica. Una narrazione che mettesse al primo posto la giustizia sociale (in un paese così tremendamente iniquo) e la tutela ambientale – paesistica e della salute, con innovazione, crescita e riduzione dell’insopportabile peso fiscale; ma lo si poteva fare senza ipotizzare il legame di necessità tra crisi della politica e governissimo con Berlusconi. Per raccontare storie attraenti i personaggi devono cambiare, assieme agli obbiettivi che formano il contenuto della storia. Mi è sembrato strano che persino Renzi, l’uomo della nuova, nuovissima narrazione, rinconoscesse il governissimo come unica e ultima possibilità di salvezza di un sistema politico al collasso.Lo credevo sinceramente più largo di vedute. E badate, non dico che Letta sia un cattivo presidente del consiglio. Anzi. Dico solo che il modo con cui questa storia è nata non lo condivido affatto. Comunque ora il mio partito ( non cambierò mai casacca) deve misurarsi con il problema dell’identità. Ma non vorrei che si scambiasse il tema dell’identità con quello della politica vecchia dei blocchi ideologici del novecento: oggi serve un’identità certamente più leggera e aperta. Dobbiamo tuttavia ridare il senso al PD e per fare questo si deve riscrivere un manifesto ideale (e concreto) degli obbiettivi che dovrà avere un soggetto politico progressista nei prossimi 50 anni. Se non si farà questo si morirà o saremo comunque condannati a lasciare il passo al populismo dei leader improvvisati e carismatici. Per fare questo bisogna anche tentare la strada del cambiamento dei soggetti, dei giocatori della partita per la nuova identità, allontanando i teorici della mescolanza: l’Italia non è la Svizzera, nel bene e nel male. Ecco perché si deve ricominciare a sognare. Ed io sogno un partito vicino ai territori, che tuteli le autonomie e il patrimonio culturale, perché l’italia è il paese dei comuni, che ne rappresentano spina dorsale e ricchezza culturale. Poi vorrei un partito che parli di ambiente come nelle social-democrazie scandinave e che sappia far concidere le ragioni dello sviluppo economico con quelle dello sviluppo delle tecnologie di difesa e prevenzione della salute dei cittadini. Poi vorrei un partito che non abbia paura di rivedere il diritto del lavoro, ma non i diritti dei lavoratori. Un partito cioè che non consideri la tutela dei lavoratori come conclusa negli anni settanta, ma che sappia guardare ai nuovi bisogni economici e occupazionali di chi investe nel paese. Vorrei poi un partito che si batta per un’Europa coesa e democratica: non si può più tollerare che le decisioni fondamentali per le nostre vite siano prese dai ministri delle finanze e dalla troika della Banca centrale europea. Serve urgentemente una riforma delle istituzioni europee in senso davvero rappresentativo dei cittadini, così da creare una politica fiscale, del lavoro, commerciale ed estera comune. Infine sogno un partito che si batta per una riforma del sistema scolastico e universitario, tenendo conto davvero degli sbocchi produttivi e professionali dei prossimi decenni. Un partito ideale dovrebbe inoltre battersi per l’istituzione del reddito minimo garantito , per assicurare la tenuta sociale e ridurre le enormi disuguaglianze (culturali ed economiche) di questo paese. Ma anche per i diritti degli omosessuali e delle coppie non fondate sul matrimonio. Infine vorrei un partito aperto, che non escluda ma includa. Che sappia accogliere le opinioni critiche all’interno come occasione di crescita e non come un impedimento. Un partito con sale piene di ragazzi e ragazze liberi che dibattono e crescono insieme, anche se le loro idee non coincidono per forza con quelle dei loro leader adulti. Vorrei anche un partito dove i rappresentanti e i rappresentati si incontrino spesso per contaminarsi.
Ma per fare questo bisogna cambiare i leader, ammazzare i padri insomma. Perché tutto questo sognare presuppone la capacità di creare un’identità che gli stanchi teorici della “mescolanza” a tutti i costi, come “unica possibilità” di (auto) sopravvivenza non riuscirebbero mai a capire.

Le parole inattuali del Blog …

 

Questa la classifica delle parole digitate per trovare il mio blog. Al primo posto c’è il central park, al tredicesimo le intramontabili prostitute cittadine; al terzo c’è “speranza” digitata ben 394 volte e questo mi fa ben “sperare” per il futuro. Poi si trova IMU (107 volte) a dimostrazione delle preoccupazioni delle famiglie  sull’aumento della pressione fiscale. E poi c’è la parola “inattuale”,  quella del blog, mutuata da Nietzsche , che si riferisce all’importanza del sapere sognare una città e un territorio diversi, che attualmente non ci sono, ma che potremo realizzare con l’impegno. Infine, mi piace sottolineare la parola pragmatismo: questo blog nato è anche per suggerire soluzioni e percorsi concreti , “attuabili”, o che possono attuarsi,  per rendere l’inattuale un po’ più “attuale”. Per fare questo si deve cambiare classe dirigente, lo sostenevo in apertura di questo blog e lo sostengo con maggiore convinzione oggi , il 28.12.2012 … Tutti questi percorsi concreti sono sotto le parole “efficienza energetica”, “bioedilizia”, “regolamenti edilizi”, “distretti produttivi” “verdi”, “gestione dei rifiuti”, ecc… 

Insomma oltre alle prostitute in subafitto, possiamo ancora inventare e sperare. Perché l’inattuale si avvicini e possa rendere migliore e più felice questa nostra vita associata.

Nel frattempo, auguri “inattuali”  a tutti e
10.000! 

P.S: stavo per compiere il peccato mortale di non citare tra le parole di ricerca il mitico Piccolo Cineclub Tirreno .

 

central park                                                                                                 500

 
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Il perché delle porte aperte

Alla conferenza dei capigruppo di ieri, il gruppo consiliare Pd di concerto con Il PD di Follonica, ha deciso di tenere le porte aperte in merito all’ordine del giorno presentato dal centrodestra per il prossimo Consiglio Comunale. Infatti, quando si discute di procedimenti penali contro l’amministrazione, è nostro dovere imprescindibile rendere conto dei fatti alla città e ai cittadini , nella massima trasparenza, tenendo naturalmente in debito conto l’onorabilità e la presunzione di innocenza delle persone coinvolte. Se ci saranno frasi o valutazioni lesive e irrispettose, sarà allora premura del Presidente del Consiglio di interrompere il Consiglio e chiudere le porte. Ma queste questioni squisitamente regolamentari, non ci devono assolutamente distogliere dal principio di accountability. Non ci deve essere insomma nessuna paura a dire ai nostri cittadini se ci sono procedimenti in corso o indagini; tutto deve essere rendicontato, perché chi amministra deve essere al di sopra di ogni sospetto, per dare veramente attuazione ai principi costituzionali di imparzialità e buon andamento.
Come in una casa di vetro. Così facciamo a Follonica.

quasi come wittgenstein …

Riprendendo la famosa massima del filosofo austriaco, che diceva che “su tutto ciò di cui non si può parlare si deve stare zitti”, sui recenti fatti di cronaca che hanno attraversato il mio comune, penso che qualcosa vada invece detto; per informazione e trasparenza e per senso di responsabilità verso coloro che mi hanno votato tre anni fa e verso i lettori di questo modesto blog, qualcosa si deve appunto dire.
Sulla mozione del gruppo PD: come precisato sulla stampa locale, non c’era alcuna intenzione di sfiduciare il sindaco Baldi; la mozione non voleva essere un j’accuse ad personam, ma – al contrario – una richiesta di revisione generale della spesa pubblica corrente, comprese quelle alte indennità – oggi superflue – riservate ai ruoli apicali della amministrazione comunale; soprattutto in una fase in cui tutti – e in particolare le categorie più deboli – sono chiamati a rivedere in basso il proprio stile di vita – dove l’impresa turistica locale vede pesanti contrazioni del fatturato, dove la piccola impresa locale non riceve più una lira dalle banche, dove i giovani maremmani non sanno più dove sbattere la testa per trovare un lavoro, anche dequalificato, chiedere alla giunta e al sindaco con una mozione di regolare i rubinetti della spesa corrente e di riparare qualche tubo, mi pare assolutamente sacrosanto.
Non mi è piaciuto invece il riferimento – apparso sulla stampa locale – (corriere di maremma) ad un gruppo consiliare telecomandato e privo di personalità di spicco. L’affermazione la trovo offensiva prima di tutto nei miei confronti, che in questi tre anni ho cercato con fatica di trovare sintesi e – a volte anche la sintesi della sintesi – pur di disegnare un indirizzo quanto più unitario ad un gruppo di 12 persone più sindaco. Dopotutto questo è il lavoro di un gruppo politico; i leader megalomani e accentratori non servono a nessuno, soprattutto in un contesto dove le regole del gioco impongono il gioco di squadra. E poi chi telecomanderebbe chi? In vita mia mi hanno insegnato che l’obbedienza cieca non è una virtù, ma – anzi – un vizio pericoloso. Perciò continuerò ad analizzare criticamente e liberamente i fatti, rispedendo al mittente questo genere di accuse.
In questi tre anni ho avuto modo di affermare il mio pensiero rispetto ad alcune scelte che non sempre ho condiviso, ma non per questo ho mai messo in discussione un rapporto di fiducia con il Sindaco;
Infine sugli avvisi di garanzia, sui teoremi o meno della procura, preferisco tacere; in nome della separazione dei poteri e delle competenze, ma soprattutto in nome di quel principio di presunzione di innocenza che è fondamento irrinunciabile degli ordinamenti democratici e civili.

chi ha perso e chi ha vinto ….

Domina sui media e tra i vertici del mio partito, quasi incontrastata, la querelle sul toto vincitore delle ultime elezioni amministrative. La cosa non mi pare tuttavia il problema principale. A mio avviso ha perso prima di tutto un modello di selezione della classe dirigente; come afferma giustamente termometro politico , nel centrosinistra, in particolare nei candidati del PD, si è fatta prevalere l’esperienza, la lunga militanza nelle istituzioni e negli enti, rispetto all’elemento del sogno del cambiamento e ad un progetto politico alternativo. E non parlo del sogno/incubo della belle epoque berlusconiana, fatto di perline e simpatiche ballerine di burlesque sculettanti; quel sogno faceva leva sull’invidia sociale del popolino affamato di bella vita, macchinoni e donne; anche l’operaio vuole il figlio tronista o la figlia velina, insomma. Il sogno invece che è mancato ai seppur validi amministratori scelti dall’entourage bersaniano si sarebbe dovuto fondare sull’offerta di cambiamento. Come quando si sceglie di cambiare vita iniziando a progettare insieme ai propri compagni di viaggio, così il PD era chiamato ad esprimere candidati di rottura con la linea tradizionale del bravo amministratore di turno chiuso nelle torri d’avorio di qualche segreteria regionale. Il sogno civico dei cittadini di Parma, Genova, Palermo (ma anche Napoli e Milano) si basava sulla voglia di essere rappresentati e ascoltati innanzitutto da un sindaco non immediatamente riferibile alla classe dirigente di sempre, quella cioè che burocraticamente e sommessamente afferma che le “cose” non si possono fare perché c’è la legge regionale qui, il decreto ministeriale di qua, ma che poi avalla o ha avallato colate di cemento inutili o inceneritori. Ha perso insomma una classe dirigente che occupa posizioni di potere e gangli nevralgici di apparati da tanto, forse troppo tempo, senza sapere più né ascoltare , né sognare ad occhi aperti un futuro diverso per i propri cittadini. Il bravo amministratore, dirigente di partito, presidente di provincia, con 10 assessorati, oggi non basta più per vincere. Si sono infatti liquefatti i ponteggi che reggevano la struttura partito tradizionale ormai da anni, ma questo i nostri dirigenti non lo vogliono accettare, e si barricano, allora, in frasi che sortiscono effetti comici come : ” è una non vittoria” e “si è vinto senza se e senza ma”. Malgrado tutto, da questo misero e insignificante blog, lo dico ormai da anni che si deve cambiare temi e classe dirigente per vincere. E poi si deve ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare i cittadini e i territori. Bisogna infine essere seri e onesti e saper progettare mondi e metodi differenti.
E non sono cose da poco.