Euforia, nostalgia e apatia : quasi un manifesto per non morire

In questo clima precongressuale, di sperata rinascita di un modello di società politica più partecipato,  penso che si debba ripartire dalle passioni.  Quelle che mi vengono in mente ora, guardando al presente sono due: nostalgia e apatia. Una – invece – è quella del futuro:  l’euforia.   Quanto alle prime, si possono distinguere due generazioni politiche in antitesi tra loro: i ventenni-trentenni e gli ultra sessantenni. Abitano nello stesso spazio fisico, ma in due distinti spazi sociali e culturali: i primi sono gli apatici, rassegnati e difficilmente integrabili (spesso disintegrati) , mentre i secondi abitano uno spazio più ampio di socialità e di partecipazione, ma – per ovvie ragioni anagrafiche –  rimangono attaccati al trasporto agrodolce per il tempo che fu, per le passioni “nostalgiche” di una sinistra felice. Ma rimane questo un ricordo non vero, rappresentato, filtrato dagli inganni della mente, una rappresentazione irreale e dolorosa, appunto, perché Itaca al ritorno non è più quella che si era abbandonato, è , anzi, un’isola nuova, dove si stenta a trovare se stessi fuori da quel mondo fatto di passioni, affetti e ricordi.  Tra gli apatici oggi si trova una prepotente maggioranza di giovani. Tra i nostalgici, un’enorme pletora di anziani e ex militanti di una sinistra idealizzata che nessuno oggi – della mia generazione – può capire.  In tutto questo clima “eternamente presente” sembra non ci sia più spazio per immaginare una passione che rompa il contenitore della nostalgia e dell’apatia e si ponga come passione trascinante, folle,  portatrice di bene e fertilità.  Oggi dobbiamo immaginarci l’euforia come passione guida e traghettatrice verso un nuovo modo di pensare la politica: dobbiamo rimanere politici “euforici”durante tutto il corso della nostra vita. E le passioni euforiche sono quelle della creatività, della condivisione, della solidarietà,  della fratellanza tra più deboli, mentre quelle apatiche (o tristi) rimangono quelle dell’impotenza, della solitudine, della rassegnazione del “non ci sono alternative” . E’ vero che l’immagine del politico che entra ed esce dai palazzi romani, con stuoli di giannizzeri e ballerine, non ci rende forse euforici. Ma a quell’immagine decadente dobbiamo contrapporre una nuova era, che parte dalla rivolta a quel modello culturale che tanto male ha fatto alla politica e al bene della nostra comune terra.  Un’era dove i nostri figli e nipoti non odino il politico, perché loro stessi saranno politici, felici di essere parte attiva e solidale di una nuova civiltà umana e politica. Per fare questo serviamo tutti. Non solo i potenti o i gestori del potere per il potere a tempo indeterminato. Anzi, quelli non dovranno più avere il diritto d’asilo in un mondo nuovo, fatto di persone che rispondono le une alle altre. In un mondo meno apatico, meno nostalgico e portatore di sana euforia trasformatrice.

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