Cento post e una lettera un po’ paternalista a due giovani “cittadini” …

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Immagine Sembra ieri che iniziava la campagna delle primarie 2009. Era l’inverno del 2008 ed io scrivevo il primo post di questo blog. C’era allora una strana atmosfera nel Pd; il disgelo delle vecchie logiche e la speranza di rinnovamento cambiarono in un certo senso la mia vita dandole un senso “più politico”. Fu proprio allora , nel lontano 2008, che iniziai a pensare che anche io, che fino ad allora non mi ero poi così tanto cimentato con le logiche della politica,  potessi finalmente passare da spettatore ad attore per rendere migliore la mia piccola città. Ricordo ancora le prime assemblee e i primi accesi confronti, le prime rabbie profonde per ciò che non funzionava e l’idea di riprogettare un nuovo linguaggio e una nuova comunicazione per  includere le nuove generazioni nel discorso politico (cioè sulla città, come dice l’etimologia) . Avevo solo 29 anni e tanta acqua è passata nel frattempo sotto i ponti. Se guardo indietro capisco quante volte – in politica – ci si muova controvento, con il carico pesante della frustrazione e della solitudine, perché ci sembra che le idee che si esprime non le capisca poi nessuno, anche al nostro interno. Perché un po’ per menefreghismo e un po’ per abitudine, che spesso prevale sul primo, si viene giudicati “troppo giovani” per fare politica (qui nell’accezione al ribasso). Ma – come diceva Lou Reed – you’re going to reel just what you saw, “raccoglierai solo quello che avrai davvero seminato”. E credo che qualche cosa di buono, in questi anni di politica attiva, di averla seminata. O almeno lo spero.
Oggi 29 aprile 2013, in silenzio, nella solita aula consiliare deserta, c’erano  due ragazzi giovanissimi che prendevano appunti. Sembravano profondamente diffidenti e ci guardavano con lo sguardo di chi è venuto a controllare e presidiare un’istituzione di cui non fidarsi. Per la prima volta mi sono sentito giudicato non per quello che ho sempre ritenuto di essere, ma per quello che ai loro occhi forse rappresentavo: un pezzo di mala politica affarista e connivente. Non so se questa diffidenza preconcetta e questo rigore nell’evitare di “mescolarsi” sia da interpretare come un segnale di rinnovamento. A me piaceva discutere, non emettere fatwe verso chi militava in altri schieramenti. La politica è essenzialmente confronto e scontro (ma solo dopo il confronto) per trasformare (in meglio) la realtà circostante. Sta di fatto che questo è un segno dei nuovissimi tempi della politica con cui necessariamente dovremo dialogare. E – alla fine – vedere quei due ragazzi affannarsi per cogliere dati da valutare in quella congerie di delibere sulla finanza locale, mi ha fatto anche piacere e persino ben sperare per il futuro.

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