Psicodinamica del renziano o l’elogio della sobrietà

In molti hanno visto in questa affermazione di Renzi e del renzimo la potenza seduttrice del messaggio innovatore contro la conservazione nella dialettica “dinamico-statico” che spinge gli organismi viventi, in una bergsoniana spinta vitale verso il nuovo; come nella celebre metafora dei formicai che crollano per rigenerarsi nuovamente, così le società postmoderne fanno esplodere i grattacieli vecchi per costruirne di migliori, di nuovi e più belli. Ciò che però a me non torna ad uno sguardo più attento di questa prorompente tracotanza del renzismo è da un lato il non riconoscimento di un’eredità culturale e di valori che deve necessariamente essere elaborata da chi si sente chiamato a demolire il passato (chi siamo? da dove veniamo, dove andiamo?  Peraltro in questo immane sforzo di demolizione praticato con chirurgica determinazione attraverso i tabloid, le presenze televisive, l’elaborazione di format buoni per tutti e per tutte le stagioni, manca completamente – a mio giudizio –  la costruzione dell’identità nuova. A meno che si voglia, sul modello della liquidità di Bauman, affermare che il nuovo è il niente in continua trasformazione. Voglio dire che se Telemaco non riconosce più Ulisse , travestito da mendicante, perde necessariamente la strada e l’orientamento; insomma , grattato tutto, del renzismo resta una legittima ambizione al rinnovamento e all’occupazione del potere, ma manca quel qualcosa in più che determina l’anima di qualsiasi movimento culturale nuovo. Dall’altra parte invece, sulla sponda bersaniana del fiume, si nota una profonda immaturità della classe dirigente che per troppi anni ha occupato i gangli decisionali del sistema di potere italiano. Si afferma, per usare una bellissima intervista di Massimo Recalcati, l’inversione del topos freudiano del cannibalismo dei figli verso i padri che non sanno uscire in tempo di scena per trasmettere l’eredità ai nuovi eredi:   si assiste così al fenomeno tutto italiano dei padri che uccidono i figli per disconoscerli. I figli sono eterni irresponsabili che devono essere “gestiti” e “controllati” dai padri. In questo quadro drammatico, si inserisce tuttavia la figura di Bersani, sobria, semplice, quasi dimessa, che nonostante tutto rappresenta ancora l’elemento archetipico di un padre che faticosamente e forse tardivamente cerca di lasciare un’eredità; eredità che purtroppo è tenuta ben stretta dai suoi colonnelli e luogotenenti, che l’asse ereditario  lo occupano e continuano a difenderlo dagli assalti alla diligenza: un esercito intero che non ha saputo scegliere in tempo, come solo i saggi sanno fare. 

 

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