La catena del ciclo dei rifiuti e altre fantastiche meraviglie …

 

Nella campagna elettorale del 2009, durante le primarie, scrissi un post su questo blog intitolato: “non inceneriranno le nostre idee”. Voglio essere chiaro con i pochi che hanno la pazienza di leggermi. Da quel post non ho cambiato assolutamente idea. Credevo allora, come oggi, della necessità urgente di cambiamento che deve interessare l’intero ciclo integrato. Un cambiamento di mentalità, di cultura del consumo, che deve investire noi quando andiamo a fare la spesa e deve anche passare da un atto d’obbligo della grande distribuzione a rinunciare agli imballaggi in polistirolo e plastiche non riciclabili (vedi le confezioni della carne) . Insomma si deve innanzitutto spendere meno e meglio. Dal Noi cittadini si deve poi – in questa catena – passare all’anello “Comune – Enti locali”. Cosa fa o cosa dovrebbe fare il comune? Il comune dovrebbe aumentare da oggi, da subito, i livelli di raccolta differenziata per arrivare alla soglia almeno dell’80% in città. Come? Con il porta a porta spinto. Lo fanno a San Francisco e lo possiamo fare anche noi, non ci sono scusanti. E se ci sono problemi di sostenibilità economica, perché COSECA è un carrozzone e chiede troppi soldi, allora ci si documenti e si veda qui 

. Il proponente del progetto europeo possiamo tranquillamente essere noi comune. La catena va avanti, perché le politiche integrate dei rifiuti non possono essere fatte da soli, bisogna quindi giocoforza organizzarsi su macro-aree. La provincia intesa come territorio – non come ente territoriale – dovrà dotarsi di impiantistica leggera per affrontare in modo efficiente il recupero e la commercializzazione delle materie prime seconde per coprire – in primis – il fabbisogno di riciclaggio (e non lo smaltimento, parola brutta e inopportuna) sul territorio. Come? Attraverso una norma tecnica da inserire nei propri piani provinciali. Se non lo facesse, per ipotesi, allora credo che i privati potrebbero facilmente organizzarsi in proprio; infatti l’art.182 della L.152/2006 (testo unico sull’ambiente) afferma a chiare lettere che le materie seconde da raccolta differenziata hanno libera circolazione sul territorio nazionale. Insomma, se proprio non siamo in grado di risolvere l’annoso problema di una pianificazione provinciale efficiente, i privati potrebbero comunque investire su queste tecnologie semplici e remunerative. L’ultimo anello sarebbero la regione e lo stato. Entrambi – nelle rispettive competenze – dovrebbero pianificare incentivi mirati (detassazione irap e irpef ad esempio) alle imprese che si occupano della valorizzazione della differenziata e tagliare – invece – i favori (di ogni genere) agli inceneritori, che sono un metodo medievale e dannoso per la salute dei cittadini. Basterebbe per esempio che Follonica, Grosseto e Massa-Marittima arrivassero all’80% di differenziata (si parla di 120 mila tonnellate di rifiuti totali circa – metà del totale provinciale -) per poter avviare il progetto “zero-waste” con la semplice aggiunta di una linea del secco a Strillaie. Ecco che alla fine della catena – pur non volendo parlare di inceneritore – mi è toccato nominarlo. Vorrei insomma che l’occupazione si costruisse a partire da questo presente e non dalla difesa ostinata del passato e di certi importanti investitori. Per far questo servono però tutti gli anelli.
Intanto facciamo che nessuno possa incenerire le nostre idee, oggi come allora.

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