L’angosciante albero di Malick

Schiarita

“The tree of life” è innanzitutto un’opera orgogliosamente diversa dal plot classico. La macchina da presa infatti va a cercare freneticamente un’infinità di immagini tracotanti e montate in modo illogico, per rappresentare l’intuizione di un altrove dove il protagonista sente di abitare autenticamente. Non è niente di più della tematica heideggeriana dell’esistenza come essere gettato nel mondo senza un perché e dell’angosciante spaesamento che ne deriva. L’altro elemento che secondo me affronta è la vecchia dialettica tra natura e cultura, dove la natura, rappresentata dalla madre, sembra un luogo inquieto, alla pari della cultura, incarnata dal padre, che cercherà invano di farsi approvare i 13 brevetti per trasformare la sua condizione. Alla pari delle cascate, ci sono i grattacieli di ferro, che sorgono nell’inquadratura come cattedrali asettiche e angoscianti. Anche lì riposa il feticcio dell’autenticità, il tentativo goffo dell’uomo di riempire gli spazi; mentre ciò che vale è in realtà lo spazio vuoto che Malick non ci fa vedere, ma ci fa intuire; ciò che rileva è l’angoscia e lo spaesamento, il senso di vuoto che fa porre le domanda al protagonista sul principio di tutte le cose. Da questa prospettiva di schiarita appena intuita, da questo vuoto assoluto, ogni distinzione si perde, tanto che sulla riva del mare si incontrano al crepuscolo le stesse persone in età diverse, vive e morte. Non va tuttavia confusa l’angoscia con la disperazione. Per Malick, da heideggeriano convinto, essa rappresenta soltanto il veicolo, la chiave, che apre alla domanda sull’essere, sul chi siamo. Il solo porre questa domanda ci scaraventa in una vertigine di vuoto dal quale nasce il senso di smarrimento, che Malick dipinge con quella cosmogonia inafferrabile fatta di soli neri e vulcani che esplodono; un senso di smarrimento che è il vero stato di grazia annunciato all’inizio del film. E’ una pellicola insomma dove domina il vuoto, l’angoscia, lo smarrimento contro il riempimento fittizio fatto dai grattacieli giganti e dalle domande banali (quotidiane) dei colleghi del protagonista. Lo spaesamento “accade” nella pellicola sotto forma di evento improvviso attraverso piccole epifanie come la morte del fratello o come la perdita del lavoro e di tutti i sogni del padre (un magistrale Brad Pitt). Insomma è un film di ricerca, un film angosciante, fedele a Heidegger, anzi fedelissimo. Un film che scaraventa tutti, spettatori compresi, fuori dal tempo per vivere una nuova temporalità autentica (Zeitlichkeit), al di là delle lancette della prevedibile logica aristotelico-occidentale.
Insomma, “solo un dio ci potrà salvare”: sembra che Malick, infondo, ci abbia voluto dire nient’altro che questo …

VOTO: 8.5

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Una risposta

  1. Salve Francesco. Recensione perfetta. Vorrei sapere se è possibile inviarle un mail per una sorta di intervista per la mia tesi di laurea su The Tree Of life.
    Se per lei va bene, mi lasci pure il suo indirizzo al quale inviarle le mie domande.
    grazie mille

    Marco Carucci

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