La classe politica va in paradiso?


Mi sembra di fare politica da mille anni, invece, sì e no, ne saranno passati 3 o 4. Come in un horror di Wes Craven è facile trovare, all’interno del genere “politica”, vari schematismi che a loop si ripetono costantemente, generando un fenomeno di culto. Innanzitutto l’ambientazione, la location è fondamentale. Generalmente il politico locale “si riunisce” o va alle riunioni. Qui vi si trovano due grandi categorie di politici: quelli che intervengono 40 minuti, passando dall’analisi del voto a Tatti fino alla crisi libica e quelli che traggono spunto per trovarsi in capannelli separati per discutere di temi che in pubblico non si possono affrontare. Come in ogni film di genere ci sono i ruoli: lo stratega, la vittima, il protagonista, i comprimari. In tutta questa sindrome da riunionismo compulsivo si perde spesso la bussola della situazione; si ragiona spesso in termini di alleanze, quando fuori la maggior parte delle persone ragiona in termini di bisogni.
Il dato è che la politica non parla più al cuore delle persone. E non è una semplice affermazione retorica. In una società anestetizzata la politica deve suscitare entusiasmo, coinvolgimento, inclusione. Deve raccontare una storia bella, affascinante. Deve saper dipingere mondi impossibili agli occhi fatti di mobilità alternativa, percorsi in bicicletta, strade senza macchine, navette ecologiche, piazze affollate di giovani la notte, scambi internazionali; deve saper raccontare che si può costruire senza calcestruzzo e che i pochi spazi verdi non si edificano più; deve saper parlare alla gente, ma anche ricevere idee dalla cittadinanza, dandole fiducia; deve incentivare iniziative imprenditoriali innovative, anche nel settore della cultura. Deve trovare la forza di uscire dai vecchi equilibrismi tra partiti o vecchi iscritti e aprirsi alla formazione dei giovani.
La scorsa sera a cena mi diceva padre Valletti, un bravo e non “pauroso gesuita” (cit. Joyce), che il luogo dei giovani non deve essere la riunione, ma la strada, la spiaggia, la scuola, la rete. Lì si deve tentare l’approccio pre-politico per ricostruire una nuova cultura e un nuovo alfabeto. Nonostante tutto c’è ancora molto da fare e da sperare: ed è anche per questo che ho deciso di non mollare.

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