Gobetti e l’Italia che non vuol cambiare

“Insomma ciò che non va, nel fascismo, non è tanto la violenza – che da sempre larga parte dell’antifascismo ha visto come elemento saliente, per non dire identificante del fascismo – ciò che non va, nel fascismo è piuttosto il fatto che esso genera una unanimità consenziente, una dimensione in cui tutti sono daccordo su tutto e in cui, di fatto, si rinuncia alla dialettica democratica vera e propria”.
Piero Gobetti, a differenza della cultura antifascista dell’epoca (marxista e cattolica) che vedeva nella violenza l’elemento caratterizzante del fascismo, proponeva una lettura molto originale. Per il giovane torinese, infatti, ciò che rileva nel fascismo è “l’unanimità consenziente” e “la rinuncia alla dialettica”; cioè tutti elementi che lo portano a definire il fascismo, non tanto come un accidente della storia o come una mera casualità ma, al contrario, come “un’autobiografia di un popolo”.
Insomma questi erano gli italiani. Amanti del vivere in pace, rinunciatari e facilmente accondiscendenti. A volte mi viene da pensare che un lo siamo ancora oggi.
E la cosa, a dire il vero, un po’ mi rattrista.

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