La silenziosa fragilità del Papa

Dopo la proiezione in una sala piombinese mezza vuota, gli ammiratori del genio creativo di Moretti hanno annunciato con gioia grande il ritorno di Nanni Moretti sulle scene. E – da persona geniale e sensibile – contrariamente alla sua pubblica nomea – lo fa con un soggetto complesso e originale come la depressione del papa. In un mondo dove ognuno celebra il trionfo della certezza, della bellezza e della forma, in un mondo dove tutti si sentono adeguati, sicuri, perfetti, Moretti racconta la storia di una persona fragile, complessa, incapace di sentirsi a proprio agio nella maschera di un vestito, sia esso imposto dalle regole sociali o da Dio Onnipotente in persona. In un mondo di simulacri della verità, Moretti li smaschera, li decostruisce, li abbatte sferzando colpi di martello. In questo iato tra il ruolo e l’io autentico, in questo sbilanciamento tra ciò che si crede di essere e ciò che si deve essere, si celebra la fragilità umana in tutta la sua bellezza. Il regista tra i due fuochi dell’esistenza, tra la forma e la sostanza, fa trionfare l’uomo, in tutta la sua bella drammaticità. Si tratta infatti di un trionfo, non di una sconfitta. Lo splendido papa, interpretato da un Michel Piccoli in stato di grazia, dopo un notturno girovagare nel mondo degli uomini, tra forni che preparano paste calde e autobus trafficati di vita, decide delicatamente di farsi da parte, di “volere sparire”, come confessa al suo portavoce. Al ruolo imposto dall’istituzione, il papa preferisce l’infanzia e l’adolescenza, quando si sognava attore di teatro. All’orizzonte di questo dramma umano, contrariamente ai toni fortemente pessimistici della stanza del figlio, si riscopre invece una liberazione giocosa, una fuga dal mondo delle categorie umane. Forse Moretti ha trovato finalmente la tonalità emotiva per scrivere quel famoso musical sul pasticcere troskista ucciso dalla pesantezza dell’ideologia che spacca il mondo in categorie fasulle.
Insomma, tranne alcune piccole sbavature nella sceneggiatura, volutamente difettosa – perché il protagonista stesso è “difettoso” – questo film è un piccolo capolavoro. E’ un ritorno al ballo finale della “Messa è finita” dove il prete-protagonista confessava di voler fuggire in un luogo dove c’è tanto vento, per ritrovare se stesso, la tranquillità e la propria adeguatezza.
“Habemus Papam” celebra con fierezza il trionfo di chi è talmente sensibile da non saper stare al mondo.
Bentornato Nanni.

VOTO: 10

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