Federale o non federale? Questa è la domanda …


In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte dei conti ha posto la seguente questione che merita una breve riflessione: la dislocazione della spesa pubblica dal centro alla periferia diminuisce o aumenta la curruzione? Insomma l’eccessiva prossimità della spesa per investimenti alle lobbies economiche territoriali può generare incrementi del costo delle opere? In verità, la formula dubitativa dell’esimio presidente – al pari di gran parte parte della gerontocrazia al potere in Italia – risente del solito pregiudizio centralista per cui quanto più i centri di spesa sono in mano all’amministrazione centrale, tanto più si perseguono interessi generali.
Se l’interpretazione del quesito è corretta, la risposta non può che essere negativa. Infatti, il decentramento dell’imposizione fiscale che precede il decentramento della spesa, sortirebbe al contrario un effetto di maggiore trasparenza e controllo delle uscite per investimenti, scongiurando qualsivoglia tentativo di corruzione della classe politica. Mi spiego meglio.
Il primo motivo è l’accountability: infatti, in caso di istituzione di nuovi tributi (a invarianza di pressione fiscale), i sindaci sarebbero costretti a spiegare passo dopo passo ai cittadini dove vanno i loro soldi, quali opere verranno fatte e quali saranno i vantaggi per la comunità. In secondo luogo c’è la responsabilizzazione della classe dirigente, che non potrà più opporre la scusa dei mancati trasferimenti regionali o statali o – ancora peggio -le lentezze burocratiche o le ritorsioni del maggiorente politico di turno per giustificare la mancata realizzazione di un’opera programmata; infine, una maggiore equità nel calibrare la pressione fiscale attraverso la politica delle aliquote: esempio, la possibilità di detassare l’installazione di nuove attività produttive in base alla innovazione, all’occupazione che garantiscono e all’impatto sull’ambiente. Tutto questo genererebbe una concorrenza buona tra enti locali, in grado di diminuire in modo consistente le spese inutili e di gestire in modo più oculato i soldi che si prelevano direttamente dai cittadini.
In realtà, per fare questo basterebbe semplicemente applicare l’art. 119 della costituzione, che consente ai comuni l’istituzione di nuovi tibut in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.. La legge costituzione 3 del 2001 (unica vera riforma federalista mai fatta) riconosceva appunto agli enti locali l’autonomia fiscale, con il solo limite dei principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Sarebbe bastata quindi una legge generale di coordinamento della finanza locale in attuazione della riserva di legge costituzionale, invece di fingersi federalisti come fanno Tremonti e Calderoli, salvo poi stabilire a Roma i tributi locali.
Solo attribuendo la leva fiscale al livello più basso si fa la vera rivoluzione e si va nella direzione dell’abbattimento del debito pubblico.
Con buona pace dei soliti politicanti che sbandierano il federalismo, ma non lo attuano per paura di perdere il loro potere “centralista”.

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