Cose di sinistra: il lavoro

Il lavoro è il tema più abusato e retorico che io conosca. Ogni politicante medio se ne riempie la bocca senza dire poi niente di concreto. Lavoratori di tutto il mondo unitevi, l’importante è che votiate per me che parlo di lavoro. Ma lo spettro che si aggira in queste parate retoriche è uno solo: la conservazione dello status quo. La proposta Sacconi (Statuto dei Lavori) presentata in questi giorni sotto forma di legge delega è semplicemente risibile. Due paginette dove si dice che bisogna ridurre del 50% le leggi sul lavoro (come se fosse un problema di numero di articoli) e che i sindacati possono agire in deroga alla legge. Due anni e mezzo per produrre questo e la sciocchezza incostituzionale dell’arbitrato preventivo? Proviamo allora a ragionare in modo non ideologico, senza proclami, con chiarezza, concisione e facendo un’analisi costi-benefici, così come prevede lo smart decalogue scandinavo. Innanzitutto diciamo che precarietà e flessibilità sono due cose diverse che in Italia purtroppo coincidono perché non si sono fatte le riforme, cioè non si è creato un sistema di ricollocamento-reinserimento o outplacement come dicono i fighetti. Ciò significa che il lavoratore tra un lavoro e l’altro, per formarsi e imparare una nuova professione più idonea alle esigenze del mercato,  prende nel frattempo il 90% della retribuzione al primo anno dal licenziamento, l’80% dal secondo etc… Questa cosa è di una semplicità disarmante e  si può fare in Italia, ma a una condizione: rivedere il tabù dei tabù chiamato art.18 della legge 300 del 1970. Siamo chiamati ad uscire dall’epopea di Giugni , che ha rappresentato la punta più avanzata della civiltà del lavoro e a ragionare sui tempi che sono cambiati. Rispetto ad allora ci sono 4 milioni di precari (12% circa del totale) senza alcuna protezione e in maggior parte giovani. Infatti, se la tutela dell’art.18 restasse per la giusta causa (disciplinare, violazione del contratto)  ma venisse meno per i giustificati motivi oggettivi (problemi economici) ci sarebbero alcuni benefici:

1. Il datore si potrebbe accollare i costi della formazione diretta al ricollocamento-outplacement del lavoratore licenziato. Invece che rischiare di pagare 15 mensilità di indennizzo più tutte le retribuzioni medio-tempore, il datore preferirebbe sicuramente sostenere il reinserimento del suo ex-dipendente.

2. Si eliminerebbe il problema del precariato – schiavitù facendo sì che le banche facciano credito a un giovane che – anche se esce momentaneamente dal lavoro – continua tranquillamente a percepire il compenso di riqualificazione.

3. Si eliminrebbe la tortura di fare la stessa cosa per tutta la vita, aumentando le skills e le professionalità del lavoratore.

Tutto ciò eliminando i contratti a termine e introducendo un contratto unico a tempo indeterminato.  Questo significa trattare il lavoratore come persona e non di certo imporgli ex lege lo stesso lavoro per sempre. Ma uno spettro si aggira in Europa – e soprattutto in Italia – e si chiama “mancanza di coraggio”.

Annunci

Una risposta

  1. Tu di coraggio ne hai avuto davvero tanto ad affrontare un problema del genere in modo cosi’ concreto. A parte questo non sono d’accordo con te, ma sono io che sono sbagliato e non al passo con i tempi. Il tuo ragionamento fila e non fa una piega, soltanto che analizza il problema guardando ai dettagli e non vedendolo in modo complessivo. Nella tua disamina ti sei dimenticato di citare i vari privilegi che ancora alcune caste detengono che Bersani non ha assolutamente intaccato con le sue liberalizzazioni e vanno indirettamente a creare precariati non pagati legalizzati. Mi riferisco a molti laureati che sono obbligati a tirocini gratuiti (vedi dottori in legge, dottori in economia e commercio, ecc. …) che altro non sono che puro sfruttamento. Detto questo ti dicevo che io rifiuto a priori l’idea che ci possano essere dei disoccupati in un paese la cui costituzione e’ fondata sul lavoro e che ci siano cittadini appartenenti alla stessa Nazione con contratti (e quindi diritti) completamente differenti. Esistono anche altri modi di pensare che siano diversi dal vedere solo il guadagno. Ci sono servizi pubblici (talvolta svolti da privati) che non possono essere visti soltanto in termini di guadagno. E poi ci sono caste e privilegi (vedi politici) che ricordano l’aristocrazia nobiliare di un tempo e che divorano quanto di buono gli altri fanno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...