Lettera aperta ad un ex-sindaco di Follonica

Caro Enrico,

Leggo con molta attenzione la tua riflessione aperta sul senso che un’urbanistica orientata a sinistra dovrebbe assumere.  Va riscontrato però che l’urbanistica realizzata negli anni nella mia città ha rappresentato ai miei occhi soltanto immensi volumi di calcestruzzo e risibili spazi verdi ad uso pubblico, come anche tu giustamente convieni.  Qui sta l’immenso spartiacque tra essere e dover essere, tra ideale e  realtà, tra ortodossia e ortoprassi.

L’urbanistica nel mio territorio ha infatti spesso rappresentato gli interessi lottizzatori  dei pochi (architetti affetti da megalomania, proprietari di terre in odore di rendita e costruttori in cerca di profitti) in alcuni casi a danno dei molti (cittadini, giovani, anziani) che si trovano spazi sempre più stretti e inabitabili. Questa affermazione non vuole tuttavia essere ideologica o facilmente accusatoria, poiché riflette un dato reale e percepibile da tutti: il clamoroso fallimento delle politiche  urbanistiche sul nostro territorio. E non si può edulcorare la pillola nascondendosi dietro al dito del bisogno abitativo di allora; col senno di poi si poteva andare incontro al problema e contemporaneamente porre attenzione verso l’impatto e la sottrazione  irrimediabile di suolo che questi edifici provocavano e tutt’ora continuano a provocare. L’urbanistica nel mio territorio ha tuttavia conosciuto alcune nobili eccezioni, prima fra tutte il quartiere 167 ovest, dove sono nato e cresciuto. Questo quartiere ha infatti rappresentato il giusto equilibrio tra mantenimento di spazi verdi ad uso pubblico e risposta alla domanda di abitazioni di famiglie meno agiate: lì ai miei occhi si è realizzata l’urbanistica di sinistra, quell’urbanistica che consentiva alla mia famiglia di avere un tetto a prezzo basso in un luogo dignitoso e,  contemporaneamente, – a me bambino – di usufruire con i miei compagni di quegli spazi ad uso collettivo per giocare e crescere. In quel luogo dell’infanzia e della adolescenza ho sperimentato con un pallone e un campetto di calcio, con panchine, dondoli e pratini verdi il significato profondo di sostenibilità abitativa.Ma a  rendere quell’area sostenibile non era solo la mano del progettista, ma la cura nella manutenzione degli spazi concessi; una cura verso beni né pubblici né privati, ma collettivi: beni di tutti. Ci insegnavo a trattare bene le aiuole e ci avevano persino dato le chiavi del campetto di calcio, perché potessimo averne cura. E’ su questo punto, caro Enrico, che non mi torna la tua riflessione. Per te i beni ad uso pubblico non devono essere privati. Tu dici infatti che : togliere quegli spazi (parchetto di salciaina), privatizzarli e sottrarli all’uso pubblico, spazi ormai acquisiti e vocati a una funzione essenziale , è operazione non facilmente comprensibile. In realtà, per me, ciò che rende uno spazio veramente pubblico non è necessariamente la titolarità comunale del bene, ma la sua gestione collettiva e la cura con cui viene usato per consentirne il pubblico utilizzo. Ora, come sai bene, il parchetto di Salciaina resta pubblico nella sola forma, perché di fatto quel parco viene usato privatamente dai condomini, peraltro non residenti, come rimessaggio auto per i mesi estivi. Lì non ci sono bimbi a giocare o famiglie a fare pic-nic: è ovvio che in questo caso la titolarità formale del bene non coincide con la sua funzione sostanziale. Allora non capisco cosa ci sia di strano nell’alienare una parte di pertinenza a condomini vacanzieri che peraltro hanno comprato un’abitazione a prezzi molto più convenienti di molti cittadini follonichesi, in una fase in cui comuni soffrono le conseguenze di tagli lineari e indiscriminati sui trasferimenti.

Non mi sembra una privatizzazione verso la rendita fondiaria, ma piuttosto una scelta verso una normale urbanistica della corresponsabilità.

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