De Cameron

Avatar in sancristo significa incarnazione. Il film effettivamente è una reincarnazione, ma dell’ovvio, del già visto e vissuto. Non esiste una sola inquadratura imprevedibile. James Cameron ha praticato davvero un simulacro di rivoluzione cinematografica e lo ha fatto attravarso un meccanismo promozionale di proporzioni mastodontiche. La vera rivoluzione va invece rintracciata nell’ipnosi collettiva della critica: un film dall’effetto senza dubbio mesmerizzante verso certi critici timidi e spudoratamente ossequiosi con il vecchio James. Da par mio non credo nelle rivoluzioni annunciate da operazioni promozionali di marketing martellante o nelle commercializzazioni dei prodotti accompagnati a videogiochi, merchandising e magliette. Quindi sgombriamo subito il campo da due equivoci: Avatar non è un’opera d’arte ma un prodotto commerciale ben confezionato. Avatar non è rivoluzionario, ma profondamente conservatore. L’unica innovazione rispetto al fantasy o al genere epico sta nell’uso impeccabile delle 3D e in alcune inquadrature davvero vertiginose. I personaggi  si muovono tra stereotipi manicheisti in un universo privo di caratterizzazione psicologica. Il cattivo è cattivo e si comporta da tale, mentre   i buoni, sprofondati in una melassa new age e olistica , sono emapatici con la terra senziente e dannatamente, eccessivamente buoni. Nessuno dei personaggi compie un percorso formativo, a parte il personaggio interpretato dalla Rodriguez, che transita dai cattivi ai buoni senza che il regista si faccia mai carico dei chiaroscuri della  sua coscienza. La coscienza è  qui  un luogo inesistente, come l’espressività tra il grottesco e il macchiettistico del marine nerboruto. Il risultato, tranne brevi schiarite (l’urlo nero e disperato di Neytiri, i suoi occhi aperti sulla tragedia incombente e  il suo volto scavato dalla sofferenza) è l’estraniazione emotiva che lo spettatore ha per due ore e mezza rispetto alla vicenda. Pandora non è il Vietnam di Apocalypse now. La grandiosità della follia disumana e chiaroscurale del colonnello Kurtz non è neanche lontanamente paragonabile alle gesta del big jim platinato e cicatrizzato. La riflessione sulla follia della natura umana che ne fece Coppola attraverso un continuo gioco di luce e ombra  in Avatar è, al contrario, completamente assente.  L’unico rimpianto, forse, è quello di non averlo visto in tecnologia I-max: perché il compiacimento estetico potesse – almeno in minima parte – compensare il mancato compiacimento intellettuale. Fuori dalle innovazioni tecnologiche CG e dal 3D , più che una rivoluzione del cinema c’è invece un prodotto commerciale. Un epic deja vu.

Una scatola bella ma vuota.

Voto: 5,5

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