Del rispetto della dialettica o del perché non voterò per Bersani

In questi giorni ho assistito ad alcuni congressi che si sono svolti nel mio territorio. L’immagine che ho avuto di questo partito, nella sua sclerotica dimensione locale, è che non gode di ottima salute. Premetto che io non sono un politico, perlomeno, guardandomi allo specchio, così non mi definirei. E non sono un politico nella definizione che Platone dava dei sofisti: non sono un rigiratore di frittate, un acuto retore, un maestro di persuasione e di convincimento. Non so neanche parlare in pubblico e – a volte –  mi rammarico di questa mia mancanza strutturale. Penso tuttavia di essere un pensatore, uno che vede la politica come arte di argomentare, di dare una logica ai propri obiettivi, di costruire progetti, di creare, di innovare. Sono un fottuto dialettico, avrebbe detto Holden di Salinger. Uno che crede nell’autenticità del confronto e nel fine ultimo del governare bene, del governare per il bene di tutti. Purtroppo la politica è diventata oggi l’arte della conservazione del potere attraverso la persuasione, per citare un noto, quanto veritiero luogo comune del qualunquismo nostrano.  E’ diventata asfittica nella vuotezza dei suoi momenti congressuali, nella scarsa partecipazione delle nuove generazioni che si dividono in due grandi categorie: i grandi allineati e i grandi disinteressati; generazioni di giovani-vecchi che non si rendono conto del danno che – nel medio periodo – producono e produrranno con il loro disinteresse o la loro acriticità . Per non legittimare il plebiscito e per tutelare le minoranze, anche se profetiche e un po’ apocalittiche, per la forza innovativa che queste minoranze producono nel dibattito interno: per queste ragioni – oltre che per convinzione personale – non voterò Bersani né il suo modello chiuso di partito. Non legittimerò col mio voto una classe dirigente tanto per darle legittimazione. Voglio il ricambio generazionale della classe dirigente e la voglio mettere alla prova. Voglio vedere se è meglio della precedente, ma per vederlo devo darle fiducia. Allora per questo e per mille altre ragioni programmatiche, voterò Marino. E ripeto, non sono un politico, no ho abizioni di carriera; non ho interesse a posizionarmi sui carri dei vincitori, ma su quello – un po’ malandato – della ragione e dell’argomentazione. Pertanto sceglierò Ignazio Marino e ne sono sempre più convinto.

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Una risposta

  1. Andare nei congressi è stato spesso deprimente. A parte qualche rara eccezione il confronto non c’è stato e anche là dove si è inscenato una parvenza di dibattito i giochi erano già fatti. Ma questo non mi ha buttato giù più di tanto: sapevo che sarebbe andata così. E poi il fatto stesso di riuscire a “coprire” quasi tutti i congressi ha rappresentato, per un gruppetto di comici spaventati guerrieri come noi, un successo impensabile solo un mese fa. Ciò che mi ha deluso, quasi ferito, è stato il congresso della nostra città. Mai avrei pensato di cadere tanto in basso. Credevo che fossimo un’isola felice, e per ceri versi, pensando ai risultati del circolo 1, lo siamo, ma c’è ancora da lavorare e parecchio.
    Peace and Love
    Gigi

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