Grillo e il pd: dei torti e delle ragioni

Grillo non ha torto quando afferma di volere entrare a far parte delle dialettica democratica di questo partito dalla confusa identità. Credo che ci debba entrare per una ragione evidente come la democrazia: il riconoscimento di parola  (voice) in una fase di riprogettazione strutturale del partito. Se fossimo davvero alla fase zero, la sua candidatura andrebbe concepita come una risorsa critica, certo da isolare nei suoi aspetti più pacchiani e folkloristici, ma da valorizzare nelle proposte di trasformazione che porta avanti. Io, personalmente, sono un fan della società aperta, liberale, dove si riconosca pari dignità ad ogni attore sociale portatore di una visione innovativa. Non venga scambiata tuttavia questa mia tendenza verso l’a-venire, verso il dischiudersi delle forme, verso le trasformazioni delle cose, con un ingenuo  relativismo. Nel caso sopra prospettato Grillo non rappresenta un contenitore vuoto, ma, al contrario, un soggetto critico, promotore di una visione della società . Vedo invece, nel mio partito, un irrigidimento delle forme; ma la cosa paradossale è che questa rigidità si percepisce anche in basso. La nostra base infatti sta assistendo ad una terribile, quanto dannosa recrudescenza del pensiero congestionato. Io non sono un fanatico del partito liquido o sublimato in forme indefinite; credo che un partito invece debba necessariamente avere un’organizzazione, una linea, un rigido e ferreo sistema napoleonico di funzionari in grado, malgrado tutto, di conservare quella ragione di partito, che è il bene dello stesso, la sua consevazione e la sua riproducibilità. Restando nel paradosso, vorrei tuttavia sollevare un dubbio: come può esistere un’organizzazione senza una piattaforma ideale, progettuale dentro cui riconoscersi? Perché, se non ci riconosciamo tra noi, come possiamo organizzarci in forme compiute, strutturate e disciplinate? Io sono disposto da domani a combattere la crociata per un partito che riconosco, che sento esteticamente vicino alla mia “imago partiti“. Sono disposto a difendere le sue ragioni in piazza e a perdonare, come fa un bravo figlio , il padre padrone, ingerente nei suoi fatti privati,  poiché il padre ha una strategia buona, che il figlio condivide e fa sua. Il giorno in cui il mio partito capirà i limiti dello sviluppo, capirà che l’economia può crescere partendo dalla parola sostenibilità e indicatori di benessere diversi dal Pil, che saprà abbandonare la dimensione gerarchica verso una visione compartecipata dal basso, che dichiarerà che l’inceneritore è un investimento inutile, che il nucleare è un investimento costoso e dannoso, che favorirà la mobilità alternativa come in nordeuropa, l’efficienza energetica, il risparmio e il riuso, che tutelerà sette milioni di atipici sprovvisti di ammortizzatori sociali, che avrà il coraggio di riformare i sindacati, che anteporrà il merito e ai  sistemi di riproduzione e cooptazione, che darà spazio autentico anche ai pensieri divergenti, per ascoltare e crescere, che darà spazio effettivo alle giovani generazioni, senza infinocchiarle sempre con il solito pistolotto della mancanza di esperienza;  quel giorno sarò anche io un soldato e guarderò a Grillo come al solito mitomane megalomane da quattro soldi alla ricerca del suo warholiano quarto d’ora di celebrità. Ma fino ad allora vedrò chi si riconosce nelle sue proposte come un potenziale interlocutore con cui confrontarsi e da cui  –  scusatemi l’eresia – addirittura apprendere.

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