La Flexsecurity e il mito del nordeuropa

 

Ammetto di avere sempre associato la mia idea mentale di Europa con il progresso tecnico scientifico dei tedeschi, con l’ambientalismo responsabile degli svedesi e con il loro sistema di protezioni sociali. Insomma,  con il loro antropocentrismo moderno. Ho sempre immaginato romantiche avventure tra i ghiacci nordici, aurore boreali, strade pulite e centralità di tutto ciò che è sostenibile, non impattante, non inquinante, armonioso e funzionante, sociale e pubblico.Vi si sente tutto un odore di rispetto dei diritti civili e di trasparenza, di responsabilità e di verità.  So invece di vivere in un luogo, l’Italia, dove la verità è opaca, incapace di schiudersi a tutta la sua strabiliante potenza rivoluzionaria.Per verità, intendo quella fattuale delle azioni compiute dagli amministratori, le loro spese, i loro impegni: il loro rendere conto. Il sano pragmatismo nordeuropeo, con le sue protezioni sociali, la sua giustizia funzionante, le sue università, compresa la flexsecurity nel lavoro, dovrà rappresentare l’obiettivo unificatore di questo PD in cerca di una strada.  

Da un lato cambiare lavoro ogni 4 anni in Danimarca è normale, in ragione della maggiore facilità di licenziare con tempi minori di preavviso. Dall’altro, il  sistema di protezione sociale è in grado di ricollocare il lavoratore verso quei settori di mercato che hanno una domanda maggiore di lavoro, riqualificandolo. Un sistema del genere, oltre ad assecondare la naturale tendenza umana al cambiamento, fortifica il futuro delle giovani generazioni; gli si permette in sostanza di poter essere autonomi economicamente.  Un modello simile è oggetto di un recente disegno di legge proposto dal senatore Ichino (d.d.l. n. 1481/2009 per la transizione a un regime di flexsecurity),  La parte innovativa di questo progetto di riforma si basa sull’istituzione di un ente bilaterale a gestione paritetica, istituita da imprese e organizzazioni sindacali, che ha ad oggetto la ricollocazione del lavoratore e l’erogazione dell’indennità di disoccupazione, attraverso la sua assunzione (contratto di transizione). Il finanziamento dell’iniziativa dovrà essere posto a carico delle imprese mediante la stipula di una sorta di assicurazione bonus-malus. In relazione al numero di licenziamenti, il premio cresce, scoraggiando così l’uso eccessivo di tale pratica.  Ichino propone inoltre il mantenimento della tutela obbligatoria e reale offerta dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per tutti i licenziamenti disciplinari, ma non per quelli di natura economica.

Dato che in Italia 9 milioni di lavoratori – la metà della popolazione lavorativa attiva – sono precari  e non godono di alcuna protezione sociale,

perché non prendere questa idea in considerazione?

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