In Francia alla corte di Versailles c’era una bella cortigiana. Una cortigiana che sapeva stare al mondo. Con furbizia ed astuzia, trattando sempre con chi di dovere, scavalcò la fama del re, ereditando terre e feudi. In Germania nel 1900 c’era un grande filosofo. Egli abitava nel futuro, aveva gli occhi vivi, intelligenti, nuovi, ma aveva un grande difetto: non sapeva stare al mondo. Non sapeva neanche farsi un caffè. Morì nel 1940 ingerendo una dose letale di morfina per scappare dai nazisti al confine con i Pirenei. Era un giudicato un fesso. Il fesso in questione si chiamava Walter Benjamin.Non ebbe mai una cattedra universitaria, fu riformato alla visita di leva, i suoi scritti non vennero quasi mai recensiti. La sua tesi di laurea, tirata in un migliaio di copie, resto’ invenduta, finendo in cenere nell’incendio di un magazzino a Berna. La sua morte e’ patetica. Mentre attraversava i Pirenei, a Portbou, camminando a passo lento e cadenzato a causa dell’asma cronica, con i polmoni sfasciati e il cuore a pezzi, portando con se la tela di Paul Klee su cui era impresso l’Angelus Novus“, l’angelo sofferente della storia, ingoiò la morfina. Poco prima, arrivato a Portbou, un piccolo villaggio spagnolo, chiese con gentilezza e discrezione l’ospitalità. L’amica e compagna di viaggio ebbe a dichiarare: “Tutto crolla nel mondo, tranne la gentilezza di Benjamin” . L’oste malvagio e poco gentile (nel senso di umano) lo denunciò alla Gestapo. L’uomo che non sapeva stare al mondo” la fece finita per sempre. L’amico del comunista Brecht, l’amico del “cabbalista” Scholem, l’ebreo errante e perduto, l’incarnazione del ventesimo secolo, “entleibte” come scrisse Brecht, “scorporò”, “uscì dal suo corpo”.  Neanche la morte lo sottrasse al patetico. L’amica Hanna Arendt nel cercare la sua tomba a Portbou,  con sommo sbigottimento, si sentì dire dalla bocca del sindaco che il corpo di Walter era stato gettato in una fossa comune, perché l’affitto del loculo era scaduto da tempo e nessuno aveva pensato di pagarlo. Anni dopo l’artista  israeliano  Dani Karavan scolpì per lui un bellissimo monumento, con incisa l’epigrafe, “e’ piu’ arduo onorare la memoria dei senzanome che non delle grandi personalita” tratta dalla  raccolta di Benjamnin “I Passaggi”.  E allora che hanno a che fare Walter Benjamin e la furba cortigiana? Nulla fortunatamente. La cortigiana ha costruito la sua fortuna nel presente, Benjamin nel futuro. Sono convinto che nessuno di noi aspira ad una redenzione post mortem,  e che la cortigiana lontana nel tempo sia la figura che più esprime il XXI secolo. Tuttavia penso – almeno personalmente – che questa storia qualcosa me l’abbia insegnato. L’intuizione della novità si paga a prezzo della qualità della vita. Benjamin era un fesso ma con le sue “Meditazioni senza meta” e il suo “flanieren“, il suo girovagare senza una meta fissa, sfogliando le pagine delle città e delle persone, ha inventato Internet. La cortigiana invece ha solo replicato se stessa con una storia vecchia come il mondo. Non ha portato niente al mondo, abitando il suo presente in modo piatto. La cortigiana è come un cavallo a dondolo che si muove, ma non va. Benjamin ha invece fatto fare un passo avanti alla storia della civiltà.

Non so se ci siamo spiegati.

 

Ora è arrivato il momento dello show-off. E’ il momento di farsi sentire. Il momento di farsi un po’ sentire, anche se io non conto niente e mai mi è fregato di contare qualcosa. Credo che invece a contare e a muovere gli uomini siano le idee, la visione del mondo, quell’affetto razionale che non ti fa stare in silenzio di fronte alle piccole e grandi ingiustizie. Ma andiamo al fatto oggetto di riflessione. La prima domanda da porsi è: dove vuole andare questo partito democratico? E le seconda è: questo partito si vuole davvero rinnovare? Le risposte sono: 1. boh. 2. No. E credo che siano domande fondamentali da porsi. Non ci si rende abbastanza conto quando si è dentro certi meccanismi di quanto siamo lontani dalla riflessione su questo partito. Riflettere significa infatti usare le idee come specchio. Ma scopriamo le carte perché è giusto raccontare i fatti perché ognuno possa farsi un’idea in proposito. Alcuni giorni fa, a ridosso della scadenza del termine per la presentazione delle candidature per le primarie regionali, si chiedeva a Follonica di fare un nome. In modo veloce si è arrivati a convergere sul nome di Mirjam Giorgieri. Questo ci sembrava un nome “ecumenico” e corrispondente con l’idea di rinnovamento generazionale di questo stanco partito. Mirjam non ha mai ricoperto cariche in aziende pubbliche, non è figlia di amministratori locali, ha portato avanti nei congressi locali con onestà le idee delle mozione Marino ed è stata eletta nel direttivo regionale di questo partito. Follonica naturalmente quasi a colpo sicuro, date le premesse ontologiche della mozione e la qualità della candidatura, si rivolgeva al coordinamento provinciale per chiedere un sostegno affettivo e organizzativo. Nel frattempo, il coordinatore grossetano di mozione, senza minimamente consultare Follonica, dove la sua mozione aveva raggiunto quasi il 18% contro il 13 % complessivo provinciale, si era già avvantaggiato, statuendo – non si sa in base a quali premesse – un accordo di non belligeranza sulle candidature. Alla prima occasione utile, Follonica faceva presente al coordinatore di non essere stata consultata e che probabilmente, in ossequio anche a quanto si chiedeva con forza all’interno della mozione, non era stato neanche aperto un confronto. Il coordinatore plenipotenziario, senza alcuna investitura, opponeva il fatto che la mozione doveva occuparsi di temi alti e non doveva prestarsi a candidature. I tempi poi erano troppo stretti e troppo immaturi, secondo lui, per presentare un nome. Meglio il silenzio. Molto meglio tacere.  E se qualcuno poi si arrabbia? Dopo il direttivo provinciale tutti sembravano d’accordo su questa candidatura, ma il grande coordinatore provinciale di mozione, con un gesto repentino, chiamava il coordinamento regionale, asserendo che questo nome non era proposto dalla mozione Marino e che si doveva immediatamente togliere dalla lista. Forse, secondo il saggio coordinatore , questo nome poteva essere pericoloso e dare noia a meccanismi che devono funzionare senza intralci. Il finale è uno dei più scontati: oggi si è tenuto il direttivo regionale, il nome davvero nuovo (forse l’unico di quella lista), grazie al provvidenziale intervento del coordinatore mariniano, è stato tolto. Questo è il rinnovamento di cui questo partito ha bisogno? Vorrei che il coordinatore in questione chiedesse almeno scusa. Dicesse: scusate ma non ho avuto il coraggio. Ma non lo farà mai. Il rinnovamento che da questi personaggi viene sbandierato per la propaganda, oggi sventola bandiera bianca. Vorrei tuttavia che quanto è successo venisse sottoposto ad Ignazio Marino. Che non rimanga nel silenzio. Perché non cederemo mai alla ingiusta normalità di questi meccanismi. Ed al prossimo coordinatore di “mozioni terze” che parlerà di giovani in politica, chiederemo adeguate rassicurazioni. Perché il rinnovamento sta nei fatti e non nei sentimenti.

Il congresso del PD si è concluso. Molte sono le impressioni raccolte con la testa e con i sesti sensi che non so se riuscirò a restituire nelle poche righe di questo misero blog. Inizio dall’affermazione ormai unanime che il partito viva di buona salute. Credo che sia vero, ma non tout court. Infatti l’elettorato storico delle primarie non si è allargato, ma è tendenzialmente rimasto immutato. La novità  tuttavia l’ha rappresentata – come bene ha detto Lucia Annunziata sulla Stampa – la terza mozione. Una mozione terza oltre che numericamente, anche ontologicamente, cioè nella sua sostanza. Non a caso in molti hanno definito il suo candidato e fondatore “un alieno”. Ed il fascino di Marino credo sia stato rappresentato proprio da questa alienità storica, da questa sua terzietà ontologica. Marino ad ogni suo intervento citava la cultura del merito americana, il modello danese del lavoro, il pragmatismo nordeurpeo nei processi decisionali.  Queste sono radici nuove che si innestano nella pianta – a dire il vero un po’ secca – delle due grandi tradizioni riformiste del centro-sinistra italiano. Peccato che ancora una volta le nuove generazioni non abbiano intercettato queste onde buone. Ancora un’altra grande occasione sprecata. Purtroppo. Ma nonostante ciò, nonostante le solite orde di ultrasettantenni precontanti in fila per votare (ben vengano si intenda), a Follonica la mozione aliena ha ottenuto il 17,7 % sui due circoli. Per me questo è un segnale sorprendente sul versante della costruzione di un partito del terzo millennio. Ora naturalmente si deve continuare, rimboccarsi le maniche, lavorare sulla partecipazione di chi non ha più voglia. Bisogna far tesoro di questo successo e continuare la nostra grande battaglia di idee. Non bisogna invece creare nuovi partiti, procedendo per scissione ad infinitum. Mai come oggi c’è bisogno di unire le forze nuove, così proletarizzate e marginalizzate dal sistema. Mentre gioivo nel vedere la discesa degli alieni  nella mia piccola e stanca cittadina, ripensavo alle parole di un giovane-vecchio segretario che a Follonica non accettava di buon grado un segretario eletto con il 67 % dei voti. Oggi leggo sui giornali che il referente nazionale dello stesso segretario ha guadagnato in Toscana appena il 46% dei voti. Lui è di nuovo segretario regionale con il 51%. Chissà se è ancora d’accordo con la castroneria dell’unanimità o crede un po’ di più nel pluralismo dei suoi iscritti e nel rispetto dell’autonomia territoriale dei circoli. Sta di fatto che gli alieni sono sbarcati. Il segretario lo sa.

E noi, comuni mortali, gli diamo il benvenuto.

Ladies and gentlemen … mr. Marino!

Ribadisco che bisogna dotarsi di un regolamento energetico al più presto. Dobbiamo stabilire una serie di norme premianti e anche – se del caso – sanzionatorie, per raggiungere l’obbiettivo della riduzione dei gas serra e dell’autosufficienza energetica da fonti rinnovabili. La mia idea è quella di dotarsi di un bilancio ambientale e di approvarlo insieme a quello finanziario ogni anno. Le nuove costruzioni dovranno rispettare gli obblighi del bilancio ambientale. Quindi quanto più si risparmia Co2 nell’immobile esistente, tanto più si potrà pensare a costruire nuove abitazioni. In più: oltre all’art.18 R.U (regolamento urbanistico), che prevede uno sconto sugli oneri concessori fino al 50% sulle riqualificazioni “co2 friendly”, si può dare ulteriori incentivi fiscali (vedi ICI su seconda casa, TOSAP su attività commerciali o TARSU proporzionalmente all’intervento effettuato). Se ci si aggiunge le detrazioni statali e gli eco-incentivi, l’investimento diventa vantaggioso). La mia preoccupazione non è di valicare il limite dell’Aurelia, ma come lo valichi, in che modo, quale impronta ecologica ne deriva.
Le nuove costruzioni dovranno rispettare i bilanci ambientali: norma da recepire nello strumento urbanistico, altrimenti niente diritto ad edificare. Poi le nuove costruzioni dovranno essere vincolate ad una strettissima destinazione d’uso (ostelli, alberghi ecologici, etc..). Un’ultima puntualizzazione: una volta introdotti gli sconti fiscali, si deve potenziare lo sportello rinnovabili e potenziare la pubblicità. Bisogna dire alla gente, ai commercianti, se fai una riqualificazione del locale così invece che così, ci guadagni di più. Questo servizio lo deve svolgere il comune ed è fondamentale.
Dobbiamo porre un occhio alla qualità delle cose, senza inalberarci in una difesa estrema dll’esistente. Poi se il Turini vuole fare gli alberghi, senza che si metta in piedi questo processo, allora io sarò il primo ad impedirglielo.

E’ notizia di questi giorni che la green economy l’unico settore attuale – in un contesto di crisi mondiale –  in grado di generare occupazione. A questo proposito, parto da una constatazione di fatto: l’indotto economico principale di Follonica (70%) deriva dal comparto edilizio. In ragione di questo monocromatismo economico, le cooperative di costruttori hanno prosperato, riponendo le loro prospettive di guadagno in un mercato in continua espansione, come l’universo. Tuttavia sappiamo altre due cose fondamentali: da un lato che il territorio Follonichese, e questo è argomento molto discusso in questi giorni che ci separano dall’adozione del regolamento urbanistico, è un territorio saturo e limitato nella sua espansione dalla linea Gotica chiamata Aurelia; dall’altro che la crisi economica e l’alto costo dei terreni, sta pregiudicando lo stesso settore edilizio.  Ora date queste premesse, si deve necessariamente ragionare in modo pragmatico e scevro da pregiudizi sul destino di questo settore, tenendo tuttavia presenti l’ambiente e il consumo di territorio. Il nostro ecosistema pedecollinare, secondo me, non può e non deve essere sottoposto ad una colata devastante di calcestruzzo. Il danno ambientale infatti che tale materiale infonde al territorio non può di certo essere ripagato né dalla riscossione di oneri concessori da parte dell’amministrazione, né dall’indotto lavorativo tanto sbandierato dai costruttori. Ora la situazione è la seguente e il bivio è determinato dalla contingenza storica:  o si bloccano le costruzioni e si crea uno stallo, o si interviene in modo eco-sostenibile  e si incrementa un mercato delle nuove costruzioni basato su livelli alti di efficienza energetica e di bio-compatibilità. C’è di più: il mercato dell’edilizia non può svilupparsi soltanto sulle nuove costruzioni, ancorché verdi e bio-compatibili, ma deve necessariamente porre attenzione alla riqualificazione degli immobili esistenti. Io personalmente non credo al tabù dell’Aurelia, ma non sono neanche convinto che un’espansione di cemento armato indiscriminata verso nord possa rappresentare un bene per la nostra città. Allora proviamo a tracciare alcuni limiti di espansione oltre la linea  che possano essere compatibili con il territorio con un elenco: 1. criterio del rispetto ambientale e dell’efficienza energetica (tutti gli appartamenti dovranno essere obbligati a pena di sanzioni  a dotarsi da pannelli per il solare termico e elettrico, del geotermico a bassa entalpia, di vernici biocompatibili, di parcheggi delle auto ridotti a zero). 2. Criterio della vocazione turistica del territorio (limitare le concessioni ai soli alberghi o strutture per il turismo giovanile gestite da cooperative di giovani). 3. Criterio della precedenza delle riqualificazioni dell’esistente al di qua dell’Aurelia (esempio aumentare il sistema premiante attraverso la diminuzione degli  oneri concessori proporzionalmente al livello di efficienza energetica raggiunto dal fabbricato riqualificato oltre il limite del 50% e fino al 75%)  sulle nuove costruzioni. 5. Criterio estetico dell’integrazione paesaggistica (usare il legno e la pietra anziché il calcestruzzo). 6. Criterio del consumo minimo di territorio (limitare l’espansione ad un numero massimo di volume predefinito dal piano strutturale). Se si crea un quartiere sperimentale modello Vauban a Freiburg, dove si impiegano  materiali da costruzione recuperati e si stabiliscono i limiti detti sopra, allora si produce sviluppo economico, non si uccide il settore e si diminuiscono le emissioni; a queste condizioni io mi spoglierei dei pregiudizi infondati e immotivati e scavalcherei il limite.

Lascio ai commenti il contributo fattivo su quanto detto.

In questi giorni ho assistito ad alcuni congressi che si sono svolti nel mio territorio. L’immagine che ho avuto di questo partito, nella sua sclerotica dimensione locale, è che non gode di ottima salute. Premetto che io non sono un politico, perlomeno, guardandomi allo specchio, così non mi definirei. E non sono un politico nella definizione che Platone dava dei sofisti: non sono un rigiratore di frittate, un acuto retore, un maestro di persuasione e di convincimento. Non so neanche parlare in pubblico e – a volte –  mi rammarico di questa mia mancanza strutturale. Penso tuttavia di essere un pensatore, uno che vede la politica come arte di argomentare, di dare una logica ai propri obiettivi, di costruire progetti, di creare, di innovare. Sono un fottuto dialettico, avrebbe detto Holden di Salinger. Uno che crede nell’autenticità del confronto e nel fine ultimo del governare bene, del governare per il bene di tutti. Purtroppo la politica è diventata oggi l’arte della conservazione del potere attraverso la persuasione, per citare un noto, quanto veritiero luogo comune del qualunquismo nostrano.  E’ diventata asfittica nella vuotezza dei suoi momenti congressuali, nella scarsa partecipazione delle nuove generazioni che si dividono in due grandi categorie: i grandi allineati e i grandi disinteressati; generazioni di giovani-vecchi che non si rendono conto del danno che – nel medio periodo – producono e produrranno con il loro disinteresse o la loro acriticità . Per non legittimare il plebiscito e per tutelare le minoranze, anche se profetiche e un po’ apocalittiche, per la forza innovativa che queste minoranze producono nel dibattito interno: per queste ragioni – oltre che per convinzione personale – non voterò Bersani né il suo modello chiuso di partito. Non legittimerò col mio voto una classe dirigente tanto per darle legittimazione. Voglio il ricambio generazionale della classe dirigente e la voglio mettere alla prova. Voglio vedere se è meglio della precedente, ma per vederlo devo darle fiducia. Allora per questo e per mille altre ragioni programmatiche, voterò Marino. E ripeto, non sono un politico, no ho abizioni di carriera; non ho interesse a posizionarmi sui carri dei vincitori, ma su quello – un po’ malandato – della ragione e dell’argomentazione. Pertanto sceglierò Ignazio Marino e ne sono sempre più convinto.

Sono consapevole che l’argomento è molto delicato.  Tuttavia, io che candidamente mi affaccio alla politica locale, mi permetto di pormi  alcune domande sulla linea editoriale di alcuni giornali. Sia chiaro, non è mia intenzione emettere una fatwa o un J’accuse , ma chiarire , in modo pacato e democratico, alcune contraddizioni in merito alle linee editoriali di alcuni giornali locali. Sarò più preciso e circostanziato. Alcuni giorni fa il Gruppo consiliare PD  di Follonica ha scritto un articolo relativo alla richiesta di risarcimento danno che Scarlino Energia avrebbe rivolto nei confronti dei consiglieri e assessori provinciali, nel caso non si fosse arrivati alla autorizzazione integrata ambientale entro la fine dell’anno. Il gruppo consiliare follonichese, democraticamente eletto dalla maggioranza dei cittadini, prendeva posizione sull’argomento, incoraggiando la giunta Marras a procedere – secondo l’interesse generale alla tutela della salute dei cittadini – ad una revisione serena della valutazione di impatto ambientale, rivedendo altresì le puntuali controdeduzioni prodotte dai Comuni di Follonica e Scarlino in sede di VIA. E soprattutto si definiva preoccupato dalla definizione (cambiale elettorale) che un giornale locale utilizzava in riferimento alla scelta di Marras di sospendere la VIA. Mi dispiace constatare che tali affermazioni, eccezion fatta per un quotidiano locale, non hanno visto alcuna pubblicazione. Anzi, lo stesso giornale che pubblicava l’intervista all’amministratrice di Scarlino Energia, pubblicava oggi le lamentele di Gr.Eco, il consorzio di imprenditori e artigiani che detiene il 10% del capitale dell’inceneritore. Posto ciò, chiedo che la stampa locale si impegni ad ospitare anche quelle opinioni che reputa distanti dalla propria linea editoriale, al fine di rappresentare in modo chiaro e realistico quelli che sono i fatti e le opinioni, nonché allo scopo di offrire ai propri lettori un quadro quanto più completo e dettagliato dei fatti in causa. In verità, non si tratta di ospitare e di garantire l’espressione di un’opzione minoritaria, ma quella di dare voce alla maggioranza dei cittadini follonichesi (che ricordo essere la seconda città della Pronvincia),  riguardo alla questione dell’inceneritore. Il rispetto del principio del contraddittorio è qui sacrosanto; sacrosanto al pari del riconoscimento della democrazia. In fine, non si tratta neanche di assicurare par condicio, atteso che  gli interessi di un operatore economico privato, purché legittimi, non possono di certo essere posti sulla stessa linea di quelli di un’amministrazione esponente di interessi pubblici collettivi. Ecco perché era opportuno, secondo me,  dare pubblicazione a quel comunicato del gruppo consiliare PD.

Ancorché consapevole della pubblicità degli articoli presenti su questo Blog – che rappresentano esclusivamente  le mie opinioni personali – prego comunque gli amici della stampa di darmi gentilmente notizia in merito ad ogni loro eventuale pubblicazione sui giornali.


Ci sono temi che possono cambiare una società. Ci sono temi importanti che possono cambiare un partito. Non solo. Ci sono modi e modi di esprimere questi temi, di accentuarli, per renderli davvero fondamentali alla costruzione di una novità politica. Nel lontano ‘64, negli Stati uniti, gli studenti si sentirono chiamati ad affermare temi nuovi, per differenziarsi dalla massa acritica e reazionaria che –  attraverso il silenzio complice – avvalorava un modello maggioritario e vecchio di società. Per questo coniarono il celebre slogan: “Which side are you on? ” ,”da che parte state davvero?”.  Ogni piccolo movimento rivoluzionario è in grado di partorire novità, innovazione, e , di conseguenza, benessere sociale.  Allora vorrei partire da un punto fondamentale: le tre mozioni che si affronteranno nel congresso non sono uguali. Io pertanto mi schiero e sto  con Ignazio Marino. So benissimo che quest’opzione è destinata a rimanere minoranza nel partito, ma sono tuttavia disinteressato ai rapporti di potere e alle rendite di posizione derivanti dallo stare sempre con la ragione e mai col torto, con la certezza e mai con i dubbi. La mia presa di posizione si giustifica in due modi: per convinzione e per sottrazione. Mi spiego meglio. Per convinzione perché se si dà un’occhiata alle rispettive piattaforme programmatiche dei tre candidati emerge una differenza enorme. Marino crede davvero nelle politiche ambientali e lo fa attraverso la formulazione di temi concreti e specifici: il solare termodinamico, il fotovoltaico, la detassazione dell’IVA per i prodotti ecologici, l’eolico d’alta quota, gli accordi verdi di fornitura,  etc…. In Bersani e Franceschini c’è invece un NI ambiguo sul nucleare,che rispecchia a mio avviso la solita tendenza fallimentare di cercare soluzioni equilibristiche su temi delicati: insomma in queste due mozioni prevale il non detto al detto; la cosa è tutt’altro che residuale, ma sintomatica di un silenzio troppo ambivalente per essere convincente. Serve chiarezza e responsabilità nelle scelte che cambiano il mondo; non si può dire sì al nucleare , ma anche al solare termodinamico, sì alle centrali a carbone, agli inceneritori, ma anche alla raccolta differenziata come fanno Bersani e Franceschini. Per citare Marino e il Vangelo, si deve imparare a dire “Sì, Sì e No, No”, tutto il resto è del demonio. Serve un modello di sviluppo chiaro per le nuove generazioni. Stesso discorso per le tematiche del lavoro, della flexsecurity, del salario minimo garantito, della formazione permanente, della laicità come impronta metodologica all’agire politico. Ma che ne pensano Bersani e Franceschini, al di là di richiami generici ad una maggiore collaborazione tra impresa e lavoro di questi temi? Troppo ambiguo è ancora il non detto. Per questo io sto con Ignazio Marino. In fine  la visione di partito aperta in Marino è davvero tale e affonda le sue radici in una visione aperta di società a base liquida e mobile come è la nostra. Franceschini assume questa visione più di Bersani, che,  come D’Alema, è estremamente convinto che il futuro stia nel passato del “partito strutturato e controllabile” degli iscritti; tuttavia Franceschini lo è solo teoricamente, dato che gran parte di schierati e  fedeli valvassori dovrà essere risistemata dentro i vari gangli del partito, nel caso di vittoria della sua mozione. Marino invece (ecco la sottrazione) non ha l’apparato con sé. E questo non è solo un elemento demagogico, si badi bene, ma una possibilità di rinascita concreta di una nuova classe dirigente: si liberano – e sottolineo – si liberano così spazi di autonomia critica e di rielaborazione, altrimenti difficilmente perseguibili, soprattutto con Bersani.

Chiedo quindi  a tutti i miei coeatanei, disillusi dalla politica, di fare uno sforzo di comprensione e di schierarsi per la parte debole nel partito, ma forte nell’idea di società che contiene.

Il 25 Ottobre andate a votare Ignazio Marino come segretario nazionale e Simone Siliani come segretario regionale del PD. Abbiamo la possibilità di provare a  liberarci del vecchio per progettare un partito ed futuro più abitabile. Non sprechiamola.

Francesco De Luca

Il noto adagio, spesso ripetuto a sproposito, secondo cui il comune sulle faccende economiche private non può fare nulla, va ritenuto non veritiero. Il comune, in realtà,  pur non essendo attore principale sul palcoscenico, può tuttavia rivestire l’importante ruolo di sollecitare lo sviluppo economico del territorio. Come? Attraverso, in primis, lo sviluppo e la messa in funzione di tutte quelle utilities, di tutti quei servizi pubblici in grado di agevolare l’imprenditore verso il suo obiettivo.

Poniamo intanto l’accento sul trend  positivo mondiale della “green economy” e sulla sua potenziale espansione sul nostro territorio. Per intercettare il trend non basta stare a guardare ed aspettare che la provvidenza o la mano invisibile faccia il suo corso, ma si rendono necessarie una serie di interfacce – anche pubbliche – in grado di accelerare questo processo. Molti cittadini follonichesi – ad esempio –  lamentano la mancanza di un ufficio a cui fare riferimento per informarsi sugli incentivi che lo stato riconosce  nella misura di detrazioni di imposta a chi fa un investimento all’insegna dell’ecocompatibilità. Serve dunque un ufficio, adeguatamente pubblicizzato e con orari compatibili con le esigenze lavorative degli utenti, in grado di illustrare i vantaggi e i benefici di  un acquisto verde, la modalità procedurale per ottenere le detrazioni e le banche che offrono tassi di interesse ribassati per tali investimenti. Insomma chi vuole isolare termicamente la sua abitazione (per inciso si risparmia fino a 3500 KW all’anno in una normale abitazione civile), chi vuole dotarsi di pannelli fotovoltaici, chi vuole conoscere i vantaggi del mini-eolico, deve avere il suo ufficio di riferimento. Questo front office può quindi generare effetti sulla domanda dei prodotti appena elencati, obbedendo peraltro ad un esigenza di sviluppo economico con impronta ambientale bassa.

L’altro strumento a cui ogni amministrazione può fare ricorso per sviluppare l’economia ecologica si chiama”green public procurement” , in italiano “gli acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche. Secondo questa idea, in ogni bando di gara e in ogni capitolato d’appalto pubblici aventi ad oggetto lavori o la fornitura di beni o servizi,  si devono rispettare criteri  di ecosostenibilità nella scelta dei materiali, nell’uso delle risorse idriche, nel risparmio energetico,  etc… Visto che in Italia – ancor più che in Europa –  la spesa pubblica incide per quasi il 20% del pil, tale strumento diventa quasi fondamentale per smuovere domanda di beni e servizi ecologici, con la conseguenza di incidere sul modello di sviluppo di un intero territorio. Una scuola, un palazzo comunale, una biblioteca , una piscina, potranno inserire nei contratti per la fornitura del servizio di pulizia – ad esempio – l’obbligo di utilizzare detersivi e saponi con marchio “ecolabel”.

Non sarà infine il progetto pantagruelico a cambiare la vita dei cittadini,  ma una microprogettualità diffusa, nella quale il comune può giocare davvero un ruolo fondamentale sul versante dell’erogazione dei servizi d’impulso allo sviluppo.