Miscèl ma belle … sont le mots che mi fanno arrabbiare …

 

Tra le cose che mi hanno più colpito in questa settimana c’è senza dubbio la faccia del sottosegretario  Miscèl Martone; quei tratti somatici da rampollo perbene, cresciuto certamente negli ambienti che contano, nei salotti buoni romani, in quei circoli antichi dei Parioli dove Letta, Catricalà e Delise si incontrano cordialmente per tirare al piattello … Miscèl è uno che non si rende neanche conto di quanto sangue possa una famiglia monoreddito sputare per mettere in equilibrio un mutuo, l’imu, la tarsu, l’irpef, l’energia elettrica, il gas, il bollo, l’assicurazione rc, le spese di manutenzione di una casa, la spesa per mangiare e un figlio all’università. Miscèl è uno che non si rende neanche conto dei chilometri di libri, di sintassi, di riferimenti colti che separano un figlio di una famiglia con bassa scolarizzazione e il frequentatore di tiri a segno pariolini. L’ascensore sociale in questo paese medievale e corporativo non ci potrà essere fin tanto che non esisterà una scuola che metterà sullo stesso piano i Miscèl e il giovane destinato al lavoro manuale. Non ci potrà mai essere finchè il 10% delle famiglie continuerà a detenere il 50% del reddito. L’uguaglianza economica è l’unica strada per rallentare la corsa dell’ascensore di Miscèl e accelerare quella dei destinati al tornio.  Tuttavia, a vedere quella faccia incorniciata da quegli occhialini seduta con autocompiacimento tra l’ebete e il padronale tra gli scranni del governo, capisco perché ho sempre scelto – fin da piccolo – di stare esattamente dall’altra parte. 

parlando del naufragio del paese …


Oggi da Roma a Follonica con il treno regionale ho impiegato 4 ore e qualcosina, dalle 18.12 alle 22.15. Naturalmente sono arrivato con un altro treno, perché quello su cui viaggiavo era stato definitivamente messo al tappeto da un fantomatico cervo suicida. Alle 21.15 confidavo vanamente di poter essere qui per una riunione. Purtroppo- è brutto da dirsi – non sono i rari disastri marittimi il problema di questo paese, ma quelli che al contrario si ripetono nella quotidianità, nella routine, nella apparente normalità, come ad esempio una flotta di treni vecchia e non manutenuta che percorre con scarsa frequenza tratte ad alta densità di pendolari. L’amministratore delegato dice in un’intervista recente che si dovrebbero aumentare i contributi statali per chilometro, nonché far lievitare le tariffe. Il vero problema di questo paese è invece un’endemica incapacità a gestire le risorse in modo efficiente. Non ce la facciamo, è più forte di noi. E poi ci sarà sempre il debito, la mancanza di liquidità, il vento, la pioggia, le condizioni di salute non perfette e la sempre verde “forza maggiore” per cercare una scusa al mancato adempimento.
Insomma, più che la Concordia naufragata al Giglio, credo che l’immagine più calzante per descrivere il mio paese sia invece il treno abbattuto dal cervo suicida.

Si ritorna a scrivere …

 

Dopo un po’ di tempo, rieccoci qua, a raccontare un po’ di cose successe negli ultimi mesi di latitanza dal blog inattuale. Il livello nazionale, il cambio di governo, ha coinciso con la fine di un incubo; seppure il tecnocrate non sia il migliore dei mondi possibili,  sembra davvero di vivere in un altro pianeta.

Oggi il parlamento si è risvegliato dal letargo e – conformemente alla sua nomea – ha deliberato contro l’autorizzazione a procedere chiesta nei confronti di un pericoloso camorrista. Fumus persecutionis? O fumus impunitatis? Anche se a scuola non ero una cima in latino, credo questo sia un altro brutto segnale di fine impero. L’atra brutta notizia, a questa collegata, è la decisione inconsulta della Consulta di respingere il #referendumelettorale. Così si lascia la decisione ai partiti in parlamento: ricordo gli stessi partiti, con la stessa classe dirigente, che hanno scelto Cosentino, Papa, Scilipoti, Razzi, le veline, il Trota, Gasparri e chi più ne ha più ne metta; dati presupposti è difficile essere fiduciosi, ma siamo comunque  chiamati ad esserlo. Lo dobbiamo a tutti quei giovani precari che non possono permettersi un mutuo, che hanno smesso di cercare lavoro o che hanno definitivamente lasciato il paese. Basta fare un giro a Follonica per vedere un deserto popolato unicamente da ultra-settantenni e immigrati in cerca di speranza.

A proposito di Follonica. Si dovrà a breve votare il nuovo regolamento dell’IMU (la vecchia ICI) . In gruppo consiliare abbiamo deciso la linea della razionalizzazione della spesa o spending review come dicono i fighetti  (ci sono ancora tante spese inutili da contrarre o eliminare) rispetto a quella dell’aumento ulteriore della pressione fiscale. Credo inoltre giusto discutere su ulteriori abbattimenti dell’aliquota per chi paga un mutuo sulla prima casa o per quelle famiglie con fasce di reddito inferiori alla soglia di povertà … Sarebbe un segnale importante da dare ai cittadini ….

 

 

 

 

 

Altra lettera a un ex sindaco di Follonica

Caro Enrico, visto che i tempi sono cambiati, ti volevo esprimere su questo blog tutta la mia sincera vicinanza e solidarietà per l’episodio increscioso accadutoti e che ho appreso dai giornali. Credo fermamente che la pubblica amministrazione, soprattutto negli enti locali territoriali, sia chiamata ad essere amica del cittadino, qualsiasi cittadino; deve essere un presidio per aiutare a risolvere problemi, cercando insieme agli utenti le soluzioni più opportune; credo (e siamo in molti a pensarlo, te lo assicuro) che una p.a “carabiniere” che sa solo sanzionare, quando addirittura trattare in malo modo i cittadini, eserciti molto male le funzioni che le sono proprie. Ci sono norme, infatti, come l’educazione e il rispetto che non si trovano nei testi unici o nei decreti ministeriali. Queste norme sono invece iscritte nell’animo umano e nella cultura di un popolo e si chiamano, molto semplicemente, “civiltà”.
In fondo, anche il grande poeta Bertolt Brecht, in una sua poesia molto famosa intitolata “Piaceri” , alla fine chiudeva con “essere gentili”, “freundlich sein”. Mi ha sempre colpito l’idea che l’essere gentili sia un piacere (addirittura una “Vergnuegung”, che in tedesco è quasi un divertimento, un godimento dei sensi) e non un dovere sociale o un precetto giuridicamente sanzionato. Mi ha sempre colpito questa spontaneità frutto di una civiltà migliore.
Credo che la nostra P.A debba iniziare a vederla un po’ così, come bertolt.

Saluti fraterni

Francesco

L’angosciante albero di Malick

Schiarita

“The tree of life” è innanzitutto un’opera orgogliosamente diversa dal plot classico. La macchina da presa infatti va a cercare freneticamente un’infinità di immagini tracotanti e montate in modo illogico, per rappresentare l’intuizione di un altrove dove il protagonista sente di abitare autenticamente. Non è niente di più della tematica heideggeriana dell’esistenza come essere gettato nel mondo senza un perché e dell’angosciante spaesamento che ne deriva. L’altro elemento che secondo me affronta è la vecchia dialettica tra natura e cultura, dove la natura, rappresentata dalla madre, sembra un luogo inquieto, alla pari della cultura, incarnata dal padre, che cercherà invano di farsi approvare i 13 brevetti per trasformare la sua condizione. Alla pari delle cascate, ci sono i grattacieli di ferro, che sorgono nell’inquadratura come cattedrali asettiche e angoscianti. Anche lì riposa il feticcio dell’autenticità, il tentativo goffo dell’uomo di riempire gli spazi; mentre ciò che vale è in realtà lo spazio vuoto che Malick non ci fa vedere, ma ci fa intuire; ciò che rileva è l’angoscia e lo spaesamento, il senso di vuoto che fa porre le domanda al protagonista sul principio di tutte le cose. Da questa prospettiva di schiarita appena intuita, da questo vuoto assoluto, ogni distinzione si perde, tanto che sulla riva del mare si incontrano al crepuscolo le stesse persone in età diverse, vive e morte. Non va tuttavia confusa l’angoscia con la disperazione. Per Malick, da heideggeriano convinto, essa rappresenta soltanto il veicolo, la chiave, che apre alla domanda sull’essere, sul chi siamo. Il solo porre questa domanda ci scaraventa in una vertigine di vuoto dal quale nasce il senso di smarrimento, che Malick dipinge con quella cosmogonia inafferrabile fatta di soli neri e vulcani che esplodono; un senso di smarrimento che è il vero stato di grazia annunciato all’inizio del film. E’ una pellicola insomma dove domina il vuoto, l’angoscia, lo smarrimento contro il riempimento fittizio fatto dai grattacieli giganti e dalle domande banali (quotidiane) dei colleghi del protagonista. Lo spaesamento “accade” nella pellicola sotto forma di evento improvviso attraverso piccole epifanie come la morte del fratello o come la perdita del lavoro e di tutti i sogni del padre (un magistrale Brad Pitt). Insomma è un film di ricerca, un film angosciante, fedele a Heidegger, anzi fedelissimo. Un film che scaraventa tutti, spettatori compresi, fuori dal tempo per vivere una nuova temporalità autentica (Zeitlichkeit), al di là delle lancette della prevedibile logica aristotelico-occidentale.
Insomma, “solo un dio ci potrà salvare”: sembra che Malick, infondo, ci abbia voluto dire nient’altro che questo …

VOTO: 8.5

Un enorme deja-vu …

Nonostante mi impegni in politica locale solo da qualche annetto, mi capita di googlare alcuni comunicati stampa del passato e scopro di vivere in una fantastica struttura a loop … Ho visto comunicati sull’ippodromo, sulla legalità da ripristinare nei villaggi Turistici, sulle doti da cabarettista di Simone Turini, sulla raccolta differenziata, sul passaggio dell’ILVA al Comune di Follonica a 1 euro, su Piuss e Parco Centrale, sulle divisioni tra fazioni nei DS e poi nel PD. Insomma l’impressione che al cambio di soggetti sia corrisposta un’invarianza degli oggetti mi genera personalmente una interessante sindrome da straniamento. E se tutto fosse un enorme Truman Show? Penso che si debba urgentemente intervenire sugli oggetti se si vuole modificare la realtà; ma a volte gli oggetti dipendono dai soggetti … ecco allora che bisogna riprendere il progetto politico, ridisegnare le linee di contorno sui temi. Io inizierei dal ricambio generazionale, dal che fare sull’ippodromo nei restanti 300 giorni di inattività, dal che fare sulle politiche giovanili, dal che fare sulla partecipazione alle scelte, dal che fare sulla raccolta differenziata e la gestione eco-compatibile dei rifiuti e la contestuale riduzione, dal che fare sul versante investimenti verdi per riattivare l’economia depressa del territorio, sulle politiche energetiche comunali, dal che fare sulla vita notturna follonichese, dal che fare sui campetti di quartiere, sul piano del traffico e le isole pedonali d’estate, dal che fare su Senzuno … quasi come Lenin, al di là di Lenin, saltando le ideologie, le fazioni e le massonerie. Semplicemente rispondendo alla domanda. Perché non possiamo più aspettare …

Perché non siam popolo, perché siam divisi?


Unità, unione, fare squadra, fare rete, sono le espressioni che più frequentemente – complice forse quest’afa incredibile – rimbalzano nei miei pensieri. Poi mi interrogo sui presupposti di questa necessità di una visione comune, e più penso – come diceva il poeta – più mi ritrovo un certo vuoto immenso; il “common ground” è oggi diventata una “terra desolata” e l’orizzonte è sempre meno definito; quello che oggi conta di più è l’obbiettivo di breve-medio termine, legato non già ad un progetto di vita, politico, metafisico, quanto piuttosto ad una mera realizzazione personale. In questo opaco sfondo si consuma quindi la tragedia di una generazione troppo lontana dai fini del bene della comunità, troppo impegnata a condurre un’esistenza anonima, senza cioè un nome comune da dare alle cose, se non il proprio. Non so davvero dire se i movimenti politici del ’68 siano stati migliori di questo silenzio di massa. Non voglio giudicare, non ne sono in grado. Se tutto prima era politica e si oggettivava tutto nella categoria del politico, oggi tutto è silenzio: un silenzio non certo introspettivo, riflessivo, ma insignificante. Come nell’ultima scena di un film di Moretti, dove un tappeto sonoro di Brian Eno accompagna le immagini di tre figure rallentante che si perdono in silenzio nel campo lungo di una spiaggia deserta, così la mia generazione si sta perdendo. Al di là di tutto dobbiamo ritrovarci, la parola d’ordine è “ritrovarci”: non possiamo permetterci di perderci nel deserto del “chissenefrega”. I tempi sono bui e si deve fare qualcosa.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

In questi giorni stiamo attraversando una fase difficile per il governo della città. Si sente un gran chiasso in un clima di guerra che – di certo – non giova allo sviluppo di Follonica. Il timore è che si faccia tanto rumore per nulla o forse tanto rumore per indebolire non tanto uno schieramento, ma piuttosto la già infima percezione della politica che i follonichesi hanno. Credo sia necessario in questo frangente muoversi , se si vuole il bene di tutti. Credo che si debba innanzitutto imparare tutti ad ascoltare di più. In fasi così delicate si deve uscire cercando l’unione e il dialogo con tutte le espressioni di malessere che stanno rapidamente diffondendosi in questa città. Forse credo sia necessario ripartire dal tanto sbandierato e inflazionato “progetto politico” che si può tradurre nelle domande di Gauguin: chi siamo, dove andiamo? Il Partito Democratico deve – a parer mio – anche a livello locale – avere la forza di tornare tra le persone, tra gli elettori, tra i tanti ragazzi e giovani in cerca di un senso a questa storia. Per fare questo deve parlare chiaro e deve parlare la stessa lingua delle nuove generazioni. Purtroppo, in questo difetto di traduzione sta tutta la debolezza del nostro partito sul versante “nuove generazioni”.
Sul versante amministrazione, ritengo che il partito debba svolgere un ruolo importante di raccordo e di indirizzo, senza certamente ingerirsi come i carri armati russi, ma senza neanche rimanere a guardare come un anziano su una panchina. Partendo dal sacrosanto rispetto della autonomia tra amministrazione e partito, non si deve però far dimenticare o abbandonare l’identità di questo partito, i suoi valori e la sue finalità.
Anche se viviamo tempi difficili, non dobbiamo tuttavia dimenticare chi siamo e dove andiamo. Il PD , nonostante gli attacchi tremendi che sta subendo e continua a subire, rimane un progetto ancora forte e credibile. Ecco perché non ci si deve fermare al primo alito di vento, ma si deve piuttosto costruire un nuovo cammino.
Ci sono momenti più difficili in cui dobbiamo essere bravi ad ammettere – se si vuole ripartire seriamente – anche le nostre debolezze e i nostri errori.

Sarà la musica che gira intorno …

Sarà tutta la musica che in questi giorni di svolta ci sta girando intorno, ma ancora vedo nelle teste di questa classe politica un maledetto muro di fossatiana memoria. Da San Siro ai referendum sono trascorsi pochi giorni e sembra sia cambiato il mondo. In realtà, la verità strisciava ormai da tempo sottotraccia, poi, come in una rivelazione, ecco l’evento, in tutta la sua allegra esplosività. Un paese cancellato dalla propaganda, dalle veline parlamentari, dalla xenofobia strisciante, dalla precarietà diffusa e ingiusta, improvvisamente, come Rocky Balboa nell’omonimo filmaccio, alza la testa e si rialza in piedi. E lo fa senza violenza, ma con quella festosità e quell’allegria che sembravano ormai sepolte nelle cartoline degli anni settanta; ma al contrario di quell’esperienza ideologica, i movimenti, i comitati e i tanti giovani in cerca d’autore, si sono mobilitati su temi pragmatici, estremamente pragmatici: acqua, sostenibilità energetica, energie alternative, uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Il responso è stato talmente netto da non meritare nessuna analisi del voto. Ora bisogna che gli interpreti sappiano vedere oltre. Questi segnali devono aprire la riflessione dentro i partiti ormai consunti da alleanze poco coraggiose; è ora di riprendere la decisione politica e abbandonare i tecnocrati per un po’. E’ ora di ripensare la democrazia interna nei nostri partiti, di affidare la scelta dei parlamentari a primarie, perché siano i cittadini a scegliere i candidati più adatti. E’ ora di smetterla con le alleanze strategiche per incominciare a scrivere i programmi. E’ l’ora di pensare ad un piano energetico nazionale, ma anche locale che – forte della lezione di Herman Scheer – parcellizzi la produzione di energia rinnovabile in tanti piccoli centri domestici; è l’ora che i comuni premino la riqualificazione energetica degli edifici cambiando i regolamenti edilizi; insomma due sono le parole che faranno entrare prepotentemente questo mese di giugno nella storia: democrazia e sviluppo energetico, parole che il vecchio Scheer vedeva assolutamente legate tra loro.